10 domande/ Emanuel S. Amar
Il pericolo della sinistra europea
legata a doppio filo con l’Islam

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di Gerardo Verolino –

Emanuel Segre Amar, nato a Gerusalemme, già vice presidente della Comunità ebraica di Torino. Si laurea a Torino in ingeneria meccanica. Nel 2015 ha fatto rinascere il Gruppo Sionistico Piemontese. Scrive per Il Foglio, Progetto Dreyfus e l’Informale.

Gerardo Verolino

Gerardo Verolino

Emanuel Segre Amar lei è il figlio dello scrittore  che è sopravvissuto all’Olocausto, è stato in prigione per il suo antifascismo con Leone Ginzburg ed ha lasciato un’impronta fondamentale nell’ebraismo torinese ed italiano. Che ricordi ha di lui? Mio Padre è stato per me un vero padre nel corso degli anni, ed i ricordi che ho di lui vanno dalla primissima infanzia, quando mi insegnava a giocare col meccano e ad andare in bicicletta, a quando sono entrato nel mondo del lavoro nella piccola azienda che aveva creato, legandola al mio nome, Manuel, che appariva stampigliato, in giro per il mondo, sui trattori Ford e Massey Ferguson fino al ciao che mi disse l’ultimo giorno della sua vita, lui che da alcuni anni non proferiva più parola; in quel momento mi ha ancora insegnato che, anche nella malattia che colpisce il cervello, può continuare una presenza attiva che, forse, la scienza non ha ancora del tutto compreso.

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Leone Ginzburg

Leone Ginzburg

Leone Ginzburg fu fondamentale per la personalità di mio Padre; si conobbero quando Leone arrivò nella sua stessa classe del liceo d’Azeglio di Torino direttamente dalla Russia, furono insieme quando andarono sorridenti ad ascoltare la sentenza di condanna comminata loro dal Tribunale speciale nel ‘34, furono insieme per alcuni mesi nella stessa cella di Regina Coeli in quello che mio Padre considerò essere stato uno dei periodi più belli della sua vita, ed a lui dedicò un libro, “Non ti vedrò mai più Leone”, in ricordo del loro ultimo incontro alla stazione torinese di Porta Nuova. Ma non direi che mio Padre sia stato un sopravvissuto all’Olocausto, ma lo considererei piuttosto un testimone di un periodo storico nel corso del quale fiorirono le condizioni che portarono alla Shoah, si ricostruì poi una società civile fino alla rinascita dell’antisemitismo che dura tuttora (penso ad esempio al suo intervento presso il cimitero ebraico di Saluzzo vandalizzato quando era presidente della Comunità).

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Suo padre riformò l’ebraismo. In che senso… Non credo che di riforma si possa parlare, ma ricorderei piuttosto l’azione che egli, con pochi amici, quasi tutti ebrei torinesi, con diverse opinioni politiche, intrapresero nel 1933/34 nonostante le posizioni ufficiali della Comunità ebraica di Torino, in quel momento dichiaratamente fascista, così come, d’altronde, era la maggioranza degli italiani. Quando poi divenne presidente della stessa Comunità, cercò di gestirla da imprenditore, coadiuvato da alcuni amici che gli rimasero vicini anche quando, terminata la sua presidenza, la Comunità si trovò immersa in una delle sue frequenti spaccature e, pur tuttavia, pronta a guardare al futuro con bilanci e strutture risanate. Ed infine, negli anni ‘80 e ‘90, scrisse articoli per alcuni giornali, tutti aventi come sfondo Israele, alcuni ancora di grande attualità.

Liliana Segre

Liliana Segre

Cosa pensa della recente nomina a senatore a vita di Liliana Segre? La domanda mi è rivolta anche in considerazione delle polemiche che ha generato? Ritengo che il presidente Mattarella, per le sue ripetute manifestazioni di vicinanza agli ebrei ed alla nostra storia, debba essere tenuto fuori da queste polemiche, ma penso anche che, forse, la nomina, giusta e anche doverosa, avrebbe potuto arrivare in un momento lontano dalle elezioni politiche, perché non sarebbe diventato oggetto di alcuna polemica, ma piuttosto un rinforzo all’opera che Liliana Segre svolge da anni presso i giovani.

Ritiene, come ritengono alcuni, che la nomina a ridosso delle elezioni politiche sia stato un motivo per “ingraziarsi” l’elettorato ebraico? Aggiungo, a quanto prima detto, che non ritengo che possa esserci tale intenzione, sia per la personalità, al di sopra di ogni sospetto, del presidente Mattarella, sia per la conoscenza che ho del mondo ebraico che, pur diviso tra le varie forze politiche, non si lascerebbe di sicuro influenzare da questa nomina.

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A proposito della banalizzazione della Shoah. In un articolo su “La Stampa” cito le parole di  Sion Segre Amar che scrive: “Non chiamatelo Olocausto. A quell’orrore si può dare il nome che si vuole, ma non se ne renderà mai il concetto”. Cosa voleva direVorrei aggiungere queste parole che scrisse nello stesso articolo cui lei si riferisce: “Per Dante Olocausto significa l’offerta a Dio di tutto se stesso. La parola è fuorviante, nel suo significato sacrificale ed espiatorio, che nulla ha a che fare con Auschwitz e dintorni…Io l’ho talvolta usata, quella parola, facendola però precedere dal correttivo: cosiddetto.

Pensi che tale correttivo ha fatto sì che un giorno ho scoperto il nome di Sion Segre Amar tra i negazionisti. La risposta alla sua domanda sta tutta nel significato della parola “Olocausto” per Dante, del tutto differente da quello della Shoah, perché gli ebrei non pensavano affatto di offrirsi a Dio.

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Vede, mio Padre ricordò per tutta la vita il telegramma che ricevette in Palestina quando sua suocera venne presa e rinchiusa prima a Borgo San Dalmazzo, poi a Fossoli, per essere infine uccisa appena arrivata ad Auschwitz, ed è stato un testimone diretto di quel periodo storico, più che direttamente della Shoah, perché fu capace di riflettere e, di conseguenza, potendolo fare, scappò in Palestina nel ‘39.

Natalia Tedeschi

Natalia Tedeschi

Ricordo che, quando lui era ancora un bambino, nel ‘22, suo padre rifletté e rifiutò la nomina a podestà perché non era convinto della politica del fascismo che aveva appena preso il potere; negli anni ‘90 raccolse le confidenze della nostra amica Natalia Tedeschi che da Auschwitz tornò, ma che non ebbe mai la forza di raccontare a nessun altro che a mio Padre, sotto il vincolo del segreto.

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Protesta anti Israele all’università di Torino

Lei ha assistito al convegno negazionista di un gruppo di studenti tenuto, in occasione del Giorno della memoria, al Campus di Torino. Ci può dire come è andata? Non erano studenti quelli che avevano organizzato l’ultimo convegno. Purtroppo questi si ripetono con continuità da anni nelle aule dell’Università torinese, talvolta organizzati da istituti universitari, talaltra da autodichiarati membri del BDS, piuttosto che da studenti. In tutti questi convegni si devono purtroppo ascoltare, senza contraddittorio, parole di mera propaganda, ovviamente prive di un serio supporto documentario (che infatti non esiste), nell’apparente disinteresse di chi dovrebbe vegliare. Purtroppo oggi le aule sono a disposizione soprattutto di costoro, e sottolineo la parola “soprattutto”, avendone le prove, sia quando i convegni sono organizzati da istituti con programmi che dimostrano, all’atto pratico, di non avere nulla di scientifico, sia quando sono organizzati da questi membri del BDS che, guarda caso, si trovano sempre le aule a disposizione, e non chiuse come dovrebbe essere se si volessero davvero impedire simili convegni.

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Anche lei pensa che oggi il pericolo per gli ebrei venga dagli ambienti di sinistra? Io penso che il pericolo per gli ebrei sia sempre dietro l’angolo, ma credo che al pericolo di un’estrema destra, forse oggi meno incombente perché l’estrema destra è meno forte, si debbano aggiungere i pericoli della sinistra che spesso, in Italia come nel resto dell’Europa, da molti anni si è legata a filo doppio col mondo islamico; era vero ieri, quando l’URSS passò dalla parte degli arabi, seguita dai partiti comunisti di tutta Europa, è vero oggi quando la sinistra, ovunque, non perde occasione di criticare Israele e di votare contro alle Nazioni Unite o di prendere provvedimenti che possono persino essere considerati antisemiti nel parlamento di Bruxelles. Questa vicinanza della sinistra, e di una certa chiesa, col mondo musulmano finisce poi col nascondere l’antisemitismo più pericoloso e diretto, quello islamico, e dico islamico e non islamista, diretto discendente del nazi-fascismo. Ecco, proprio questo mix è il vero pericolo per noi ebrei oggi, e non capisco la cecità di coloro che non vogliono vedere che il pericolo dell’islam per noi ebrei è lo stesso che corrono anche tutti coloro che sono considerati infedeli dai musulmani.

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Qual è il suo giudizio sul movimento BDS che vuole boicottare Israele? Purtroppo il BDS è un movimento ammalato di antisemitismo puro, dotato di enormi risorse finanziarie, che si sta manifestando ovunque nel mondo, con un’accurata regia, e, in particolare, è presente nelle università. Se avesse come finalità un’autentica vicinanza ai popoli sofferenti e deboli, crede forse che gli arabi palestinesi potrebbero essere il loro unico interesse? Recenti statistiche hanno dimostrato che gli arabi palestinesi sono i musulmani con la più lunga speranza di vita, con le maggiori libertà e con le maggiori possibilità di studiare e di raggiungere una ricchezza che altrove non potrebbero mai sognarsi. Non vedo invece nessuna attenzione da parte del BDS nei confronti del regime siriano, di quello iraniano (musulmano ma non arabo), né di quello turco (oggi vicino ai fratelli musulmani), e l’elenco potrebbe continuare a lungo.

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Ultima domanda sul futuro di Israele. Lei è nato a Gerusalemme e torna spesso in patria. Come si prevede il 2018 per lo Stato ebraico? Premetto che ho sempre considerato l’Italia la mia patria, perché qui sono arrivato quando avevo un solo anno. E purtroppo non sono mai nemmeno riuscito ad ottenere il passaporto israeliano. L’economia israeliana è da alcuni anni in pieno boom, con tassi di sviluppo nemmeno sfiorati nella maggior parte dei paesi occidentali; è un’economia che permette oggi ai cittadini israeliani di essere davanti agli abitanti di paesi considerati ricchi nel mondo come la Germania e il Giappone. Ma di questo non parlano i media, così come non si parla di ciò che Israele sta facendo per tanti paesi poveri, in particolare in Africa. Anziché spendere fortune immense nel tentativo, per me sbagliato, di accogliere i migranti dove non hanno modo di integrarsi né di trovare un lavoro che li renda autosufficienti, Israele ha scelto di aiutare questi popoli più sventurati, spesso governati da dittature corrotte, in casa loro dove, portando acqua ed elettricità grazie alle metodologie di loro recente invenzione, gli uomini potranno sperare in un futuro migliore, in casa propria.

 

 

 

 

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