18 aprile, spartiacque della libertà

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di Pierluigi Battista –

Conosco molti ex comunisti, o post comunisti, o comunque molto critici e severi nei confronti della tradizione politica comunista da cui provengono, che però si arrestano perplessi, spaventati, o addirittura paralizzati da un riflesso esistenzialmente autodifensivo, di fronte alla demolizione di un ultimo tabù: il giudizio sui risultati del 18 aprile 1948.

Pierluigi Battista

Pierluigi Battista

Aldo Cazzullo, in un libro appunto dedicato alla gloriosa ricostruzione dell’Italia piagata e devastata dalla guerra, «Giuro che non avrò più fame» (Mondadori), dedica al 18 aprile un capitolo che mette in discussione la «leggenda nera» costruita attorno alle elezioni «più importanti della nostra storia», una leggenda secondo cui la vittoria del blocco dominato dalla Dc, insieme ai repubblicani, ai liberali, ai socialdemocratici di Giuseppe Saragat sarebbe stata determinata «dalle Madonne pellegrine, dai Cristi piangenti, dalla paura del castigo divino».

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No, più determinante ancora fu un’altra paura: la paura del comunismo, la certezza che con la vittoria del Fronte popolare del Pci insieme all’alleato subalterno del partito di Nenni un destino cupo avrebbe fatto avvicinare l’Italia ai regimi soffocanti di Varsavia, di Budapest, di Sofia.

O di Praga, dove un colpo di Stato dei comunisti aveva affossato definitivamente la democrazia, simbolicamente rappresentato dalla defenestrazione fisica, non solo metaforica, di Jan Masaryk.

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La «leggenda nera» di cui parla Cazzullo non è però senza padri: ad alimentarla sono proprio gli eredi critici della tradizione comunista che però non riescono ad accettare che quella vincente fu «la parte giusta» mentre il fronte social-comunista incarnava la «parte sbagliata». Non riescono a dire che quelle elezioni sono state una benedizione per l’Italia, che l’antitesi tra la democrazia e lo schieramento totalitario di cui il Pci faceva parte non era un’invenzione propagandistica, ma l’esposizione di una realtà.

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Alberto Ronchey, figura specchiata di laico, disse una volta di non aver provato imbarazzo in quel frangente per l’alleanza con il partito cattolico, perché «una messa al giorno era sempre meglio di una messa al muro». Difficile dare torto a Ronchey, e alla sua tagliente ironia politica.

Il 18 aprile fu una vittoria della libertà, uno spartiacque decisivo per il destino italiano. Poi, ciascuno per la sua strada, come si conviene in tutte le democrazie pluraliste.

  (Corriere della Sera)

 

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