A Battipaglia si rievoca lo sbarco degli alleati con un discorso di Hitler e con associazioni neonazi.

di Nico Pirozzi

 

Provate a immaginare una festa della Liberazione celebrata con un discorso di Mussolini accompagnato, semmai, da unodei tanti motivetti che hanno fatto da colonna sonora al ventennio, e da singolare cornice un paio di tipacci travestiti da Moschettieri del Duce che s’aggirano per strada, raccogliendo gli applausi dei presenti.
Illusorie bizzarrie di un impenitente nostalgico? Stravaganze di un
incallito provocatore?
Chiamatele pure come vi pare, perché sulla spiaggia di Battipaglia qualche settimana fa è accaduto
qualcosa di molto peggio, sotto gli occhi compiacenti della prima cittadina e di numerosi uomini in divisa.
Invitati anche loro ad assistere allo spettacolo-evento organizzato dal Museum of Battipaglia (Mu.Bat.) in
collaborazione con il Comune di Battipaglia e il patrocinio della Regione Campania. Una manifestazione nata per celebrare in maniera molto realistica l’Operazione Avalanche, ovvero lo sbarco Alleato del 9 settembre 1943 sulle coste del salernitano. A questo scopo venivano reclutati tre gruppi di rievocatori: la
“36th Div Texas Reenactment Napoli” eredi delle gesta della celebre unità dell’esercito statunitense; “Noi
soldati al fronte 43-45”, chiamati a ricordare le prodezze dei Black Cat della 56th Infantry Division inglese; e “Rivivere il passato”, un gruppo particolarmente specializzato nel mettere in scena le gesta della macchina da guerra tedesca (in particolare della “36 Füsilier Kompanie”, una unità delle SS). In tutto una quarantina di persone che la mattina del 13 settembre, sotto lo sguardo di decine di bagnanti e dell’equipaggio
di un gommone della Guardia di finanza, si sono dati battaglia a colpi di petardi, repentini attacchi e disordinate ritirate, tra le trincee scavate a ridosso del bagnasciuga del complesso turistico Riviera Spineta.
Che qualcosa di strano ci fosse in quella rievocazione lo si intuiva dal lungo e appariscente striscione nero che, a caratteri gotici, riportava la scritta “hier”, che tradotto nel nostro idioma sta per “qui”.
Qui, cosa?

(Nico Pirozzi)

cosa stia a significare quell’avverbio
posto in bella mostra su uno striscione, appare quanto meno doveroso ricordare che nel linguaggio antisemita degli anni Trenta (e anche in
quello italiano di questi giorni) il termine è solitamente accompagnato
dal sostantivo “jude”. Sì, Hier jude.
Che tradotto sta per “qui c’è un
ebreo”.
Comunque sia, la conferma a quel
che in origine era solo un vago sospetto arriva due minuti dopo l’ini –
zio dello “spettacolo”. Quando dall’altoparlante arriva la stridula
voce di Hitler, che forse con eccesivo realismo i nove rievocatori (che per
l’occasione hanno indossato la divisa della Wehrmacht), ascoltano
sull’attenti prima di precipitarsi di corsa nelle trincee per dare inizio alla battaglia. L’indecente comizio del
führer, condito di imprecazioni, minacce e consegne, si protrae per quasi cinque dei venti minuti dell’even –
to, alternato dallo scoppio di finte granate e da ordini rigorosamente impartiti in tedesco. Non contenti di
aver dato voce all’assassino di sei milioni di ebrei e incuranti che ad assistere allo spettacolo siano presenti
anche dei bambini, due dei rievocatori del gruppo tedesco mettono in scena un finto, ma molto realistico
omicidio-suicidio. Decisamente troppo per non definire quanto meno oltraggioso il richiamo a Primo
Levi fatto in apertura della manifestazione e decisamente ridicolo e inopportuno il lancio di fiori in mare
da parte di alcuni bambini, per ricordare le vittime di quei giorni. Meglio sarebbe stato affidare alla sola voce
delle onde la memoria di una generazione di giovani la cui vita ebbe fine – a Battipaglia come ad Anzio e anche
in Normandia – in un luogo dove non c’era sufficiente terra per chiamarla terra e non abbastanza acqua per
chiamarla acqua.
La 36 Infanterie Regiment
Sarebbe bastato assai poco agli organizzatori delle celebrazioni per l’anniversario dello sbarco Alleato sulla
spiaggia di Battipaglia, per capire di che pasta siano fatti alcuni loro “collaboratori”. Come, ad esempio, la “36
Infanterie Regiment”, le cui insegne compaiono nella pagina web del
Mu.Bat http://www.mubat.it/en/who-we-are/

 

 

Dagli altoparlanti la voce stridula di Hitler che incita alla battaglia. Il tutto viene diffuso pubblicamente, durante una manifestazione che vanta i loghi del Comune, della Confcommercio, dell’Istituto di Istruzione
Superiore “Enzo Ferrari” della locale Pro Loco e di altre scuole, associazioni e imprese. Ebbene, appare assai improbabile che nessuno abbia fatto caso a quel disegno nero con la minacciosa scritta “Tempesta e lotta” (Sturm und Streit). Uno slogan posto al disotto di un teschio poggiato su un pugnale e una Stielhandgranate M24, la granata da lancio della Wehrmacht e delle SS.
Mera distrazione o beata ignoranza?
Poco conta, perché sarebbe stato sufficiente dare una semplice scorsaall’album di famiglia di quel «gruppo di amici rievocatori» della bolognese “Rivivere il passato”. Un album dove si parla soprattutto il tedesco delle Schutzstaffel. E sarà proprio in omaggio a quell’«Historiamagistra vitae» (come recita la scritta posta a immagine di copertina della pagina Facebook del «gruppo di amici rievocatori») che Emilio Pontini, alias Emil Katinsky, il leader del gruppo, si è fatto immortalare nel gelo di una foresta innevata, assieme ad altri nove commilitoni in tenuta da battaglia. Questo, senza dimenticare che c’erano anche i giornali (Corriere della Sera, compreso) dalle cui pagine la “36 Füsilier Kompanie” (che a Battipaglia si è presentata con il nome di “36 Infanterie Regiment” e di associazione “Rivivere il passato”) è balzata agli onori della cronaca. Era accaduto nell’aprile di due anni fa, quando la loro assai particolare rievocazione (un campo militare tedesco), in programma a ridosso della festa della Liberazione a Cultura&Società Cultura&Società
Cologno Monzese, suscitò le proteste dell’ANPI, dell’Associazione milanese degli ex deportati (ANED) e
dell’allora Presidente della Camera, Laura Boldrini, con il risultato che il sindaco di Cologno fu costretto a sospendere l’iniziativa e a modificare il programma, per evitare ulteriori polemiche.
Efferati criminali
Un nome che da solo dice poco, la
“Füsilier Kompanie”. Ma che se si
associa a quello della “36.WaffenGrenadier-Division der SS” (l’unità
penale militare delle SS combattenti,
a cui faceva capo) e a quello di Oskar
Dirlewanger (un pervertito con i
gradi di generale, che Himmler aveva messo a capo di una banda di galeotti da riabilitare), di cose ne avrebbe da dire molte, la “Füsilier Kompanie”. Nota col nomignolo di Brigata
Dirlewanger (SS-Sturmbrigade Dirlewanger) l’unità, che operò
nell’area di Lublino, in Polonia, e in
Bielorussia, si distinse per la sua
brutalità.
Stupri, saccheggi, furti, torture e
violenze di ogni genere rappresentavano, infatti, la quotidianità per
questa banda di delinquenti in divisa e il loro comandante, descritto come un sadico psicopatico, con una
spiccata tendenza alla pedofilia e alla necrofilia. Nel campo di lavoro di
Stary Dzikòw, nella Polonia sud
orientale, dove Dirlewanger dettava
legge, riferiscono alcune testimonianze, gli stupri di massa erano la
norma, come anche le torture. Il generale, in particolare, sembra che
amasse denudare le donne, frustarle
e iniettare nelle loro vene stricnina
per assistere, ridendo, alla loro morte in agonia. Alcune di loro – riferi –
scono altre fonti – furono fatte a pezzi e bollite allo scopo di ricavare del
sapone. Una brutalità, quella di cui
si rese protagonista questa brigata
di galeotti, che non poche proteste
sollevò anche in campo tedesco: «Se
questa orda di criminali non sparisce da quest’area entro una settimana – ebbe a sbottare un giorno il comandante delle SS e della Polizia per
il Governatorato Generale, Friedrich Krüger – li farò imprigionare
personalmente!»
Nel corso delle loro incursioni la
banda di Dirlewanger riuscì a ridurre in cenere quasi duecento villaggi
e a massacrare oltre centomila persone. Il metodo preferito per riportare ordine in un abitato era quello di
radunare tutti gli abitanti all’inter –
no di un fienile al quale veniva subito dato fuoco. E per chi tentava di
sfuggire ad una morte orribile, ad
aspettarli c’era il piombo dei mitra
posizionati tutt’intorno.
Mathias Schenk, un ragazzo belga
di 18 anni, che durante la rivolta di
Varsavia nell’estate del 1944 prestava servizio come geniere nella Wehrmacht, fu testimone delle atrocità
commesse da Dirlewanger e dai suoi
uomini all’interno di un ospedale
della capitale polacca. «Gli uomini
delle SS – racconta Schenk – hanno
ucciso tutti i feriti, rompendo loro la
testa con il calcio dei fucili. Successivamente i Dirlewangerers corsero
dietro alle infermiere, strappando
loro i vestiti. Poi, facendole correre le
hanno portate, nude e con le mani
sulla testa, in uno spiazzo. Il sangue
scorreva lungo le loro gambe. Un
dottore è stato trascinato dietro di loro con un cappio al collo: indossava
uno straccio, rosso forse di sangue e
una corona di spine sulla testa. Tutti
furono condotti alla forca dove già
alcuni corpi erano appesi». Sempre
Schenk racconta del massacro di
centinaia di bambini all’interno di
una scuola, o di quando vide Dirlewanger strappare un bambino dalle
braccia della madre per lanciarlo nel
fuoco. Non sorprende che Mathis
Schenk, per tutta la vita, abbia sofferto di ricorrenti incubi e della visione delle persone assassinate.
Fonte: Il Quotidiano del Sud

 

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