Alla Fenice di Venezia
le commoventi musiche ebraiche
di Ernest Bloch

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di Paolo Gallarati
È stata una rara occasione quella offerta dalla Fenice di Venezia che ci ha fatto ascoltare un pezzo solitamente citato come famoso, in realtà di rarissima esecuzione: la Rapsodia ebraica Schelomo, per violoncello e orchestra di Ernest Bloch (1880-1959), il grande compositore e violinista svizzero naturalizzato americano, che rappresenta una delle coscienze più vive dell’ebraismo in seno alla musica occidentale.

Chi vuol saperne di più vada a leggersi il limpido e interessantissimo volumetto di Enrico Fubini, appena uscito presso l’editore Giuntina: raccontando la storia secolare dei Musicisti ebrei nel mondo cristiano dal ‘500 ad oggi, e la ricerca della loro difficile identità, Fubini colloca la figura di Bloch, insieme a quella di Leonard Bernstein, tra coloro che con maggior perspicacia vollero trasmettere l’eredità della cultura e della religione ebraica nella loro produzione musicale.

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Ernest Bloch

Proprio la presenza di questa eredità genera il nucleo poetico di Schelomo, lavoro composto in origine per voce e orchestra, poi affidato ad un dialogo tra questa e il violoncello. Bloch voleva celebrare la figura di Salomone, ma nessuna lingua parlata o morta gli sembrò adatta a tradurre la sublimità del personaggio. Il terzo re di Israele, figlio di Davide, famoso per la sua sapienza e ricchezza, fu dunque trasfigurato nella voce del violoncello che il provetto Jan Vogler , armato di uno splendido Stradivari, ha fatto rivivere, ieri sera, con una prodigiosa bellezza e mobilità di suono. Che dice Salomone, ossia la voce cantante, in questa Rapsodia? Il tono è meditativo, pacato, ma pieno di tensione. Il violoncello dipana lunghi recitativi, melopee ora tristi, ora energiche e ribelli, che girano su se stesse in modi orientaleggianti e andamenti labirintici, con intervalli che echeggiano canti liturgici e popolari ebraici di regioni ashkenazite, come nota Fubini.

All’ascoltatore ignaro, il discorso musicale suona “filosofico”, ossia pieno di minuzie deduttive, insieme solitario e triste, di una solitudine, però, senza disperazione. Jan Vogler, a mano a mano che suonava, accentuava l’effetto di commozione, sottolineato anche dal direttore Omer Meir Wellber, a capo dell’Orchestra della Fenice: alla voce di Salomone vengono incontro, infatti, alcuni strumenti solisti – l’oboe, il fagotto – che partecipano e commentano, piangono e pregano in momenti di grande poesia, mentre l’orchestra in blocco fa da sfondo e , verso la fine ammutolisce, lasciando il discorso del Re come sospeso in un inquieto presago. Siamo nel 1915-16 e altre tremende sventure, come sappiamo, attendevano il mondo ebraico dopo quelle passate.

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Un pezzo simile non può non commuovere e così, in un momentaneo silenzio, lo ha accolto il pubblico della Fenice che, all’inizio del concerto, aveva ascoltato in prima esecuzione mondiale il breve Minu, uno studio sul suono-rumore dell’orchestra sinfonica fatto di successive, piccole, ondate, di Hannes Kerschbaumer, nuova commissione nell’ambito del progetto «Nuova musica alla Fenice». Alla fine, la Quarta Sinfonia di Schumann, grazie al giovane Wellber, ha concluso la serata in un tono particolarmente festoso tra esplosioni di energia e intense, seppur fugaci, melodie.
(La Stampa)

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