“Andai a piazzale Loreto per vedere
se il Duce era veramente morto
E da ebrea non provai nessuna pena…”

Franca Valeri

 di Aldo Cazzullo –

Franca Valeri abita a Roma, in campagna. Non è una contraddizione: la sua casa è l’ultima di una traversa della via Flaminia antica; dopo cominciano i prati. Alle sue spalle, le foto di un secolo italiano: Franca bambina, e Franca novantenne abbracciata a Sophia Loren; «scrissi un film su due sorelle, e lo portai a Carlo Ponti. Rispose: “Bella trama, perfetta per Sophia, ma tu e lei siete troppo diverse per fare le sorelle. Diventerete cugine. Una cugina napoletana e una milanese: si può fare”. Nacque così Il segno di Venere». La pelle è fresca, quasi senza rughe. «I denti sono tutti miei. Merito di papà: era ossessionato dai denti, temeva che avessi la bocca troppo larga, e mi mandava ogni mese dal dentista, che lo tranquillizzava: «La gh’ha i orecc che la ferma».

Aldo Cazzullo

Sul tavolo, accanto al pianoforte che suonava fino a poco tempo fa, ha la copertina de La Ferrarina-Taverna, la sua commedia inedita in uscita da Einaudi, e le bozze del libro che La Tartaruga pubblica per il suo centenario, e raccoglie tutte le sue opere teatrali: un pezzo di storia del nostro Paese. C’è «La vedova Socrate», che Lella Costa porterà al festival di Siracusa e — il 31 luglio, la sera del centesimo compleanno di Franca — al Piccolo di Milano. E c’è «Non tutto è risolto», dove la protagonista torna nella vecchia casa, rivede la stufa, simbolo del passato, ritrova un figlio che forse non è davvero suo, presagisce qualcosa di irrisolto, finché non spunta una sedia a rotelle…

Oggi Franca Valeri è davvero sulla sedia a rotelle. Tre anni fa è caduta, si è rotta otto costole, e da allora non si alza più. È sempre lucida, ma le parole non sgorgano più spontanee; vanno distillate una a una. La aiuta a ricordare la figlia adottiva, Stefania Bonfadelli: la cantante lirica che a 17 anni vinse il concorso inventato da Franca insieme con il compagno di allora, il direttore d’orchestra Maurizio Rinaldi.

Signora Valeri, qual è il suo primo ricordo? «Mio nonno Giulio che mi porta una torta. Ma io detestavo le torte. Continuavano a regalarmi dolci che non mi piacevano. Nonna Francesca invece mi regalava le bambole. Ma non mi piacevano neppure le bambole. Le chiudevo tutte in un cassettone».

Stamattina la Valeri ha uno scialle rosso sulle spalle, nonostante faccia caldo, e una piccola stella di David al collo. Stefania gliel’ha portata da Gerusalemme e da dieci anni non la toglie più. «Papà era ebreo. Ricordo quando lesse sul giornale la notizia delle leggi razziali e pianse. Fu il momento più brutto della mia vita». Non poter più andare a scuola, non poter più andare a teatro. «Preparai l’esame a casa, da privatista. Prima andavo al Parini. Provai a dare l’esame al Manzoni, sperando che non se ne accorgessero. Non se ne accorsero. L’Italia è sempre stata un po’ inefficiente».

Qualche giorno prima della guerra il padre di Franca — Luigi Norsa, ingegnere alla Breda — e il fratello Giulio fuggono in Svizzera, con i gioielli di famiglia cuciti nel cappotto: li avrebbero venduti per sopravvivere. Lei resta con la madre, che è cattolica: il padre pensa che non correrà pericoli. Ma quando arrivano i nazisti, Franca si deve nascondere. «Per passare il tempo leggevo la Recherche di Proust. Senza la guerra forse non sarei mai riuscita a finirla».

Un funzionario dell’anagrafe le procura una carta di identità con il cognome della madre, Pernetta. Per qualche tempo vive in una casa di via Mozart bombardata, dove trovano rifugio altre persone braccate. Tra loro c’è una ragazza che si è appena sposata. Poi Franca cerca riparo in casa di amici; «in via Mozart avevo lasciato i gatti. Così ogni tanto andavo a trovarli. Uno era nero e l’altro tigrato, si chiamavano Mignina e Milù». Di solito il cancello era chiuso; ma quel giorno è aperto. Franca ha un’intuizione, non entra, si nasconde, e assiste alla scena: dalla casa di via Mozart escono i tedeschi, trascinando dietro i prigionieri, tra cui la sposina ebrea.

È una storia che le costa molto dolore ricordare. Dalla gola le esce come un gemito: «Poverinaaaa!». Perché la giovane sposa fu portata ad Auschwitz, e non è mai tornata.

Piazzale Loreto

Anche per questo Franca Valeri andò a guardare i cadaveri del Duce e della Petacci appesi a testa in giù a piazzale Loreto. «Mia mamma era disperata a sapermi in giro da sola. In quei giorni a Milano si sparava ancora per strada. Ma io volevo vedere se il Duce era davvero morto. E vuol sapere se ho provato pietà? No. Nessuna pietà. Ora è comodo giudicare a distanza. Bisogna averle vissute, le cose. E noi avevamo sofferto troppo».

«Per me la giovinezza incominciò il 25 aprile: una giovinezza tardiva. Ma è stata bella. In quell’Italia tutto pareva possibile». Il padre le aveva fatto studiare francese e inglese; cosi va a lavorare al comando americano, come interprete. Il ricordo più bello è il ritorno del papà dalla Svizzera: il citofono che suona, il trambusto sulle scale, la corsa gli uni incontro agli altri, le due donne che scendono, i due uomini che salgono, il volto del fratello Giulio, poi quello del padre.

«Non vedevo l’ora che tornasse per dirgli che volevo fare l’attrice. Ovviamente, papà era contrario. Sperava che passassi la vita a dipingere». Lei parte lo stesso per Roma. Si impegna ancor di più, per convincere il padre, che adora. Siccome lui non vuol saperne di vedere il proprio cognome sulle locandine dei teatri, lo cambia: non sarà Franca Norsa ma Franca Valeri, come il poeta francese. All’Accademia di arte drammatica non è ammessa; in compenso alla stazione Termini conosce il futuro marito, Vittorio Caprioli. Ma quando lui parte per Parigi, con il suo amico Luciano Salce, lei deve rimanere a casa. Si rifarà più tardi, recitando a teatro in francese, e inventando il personaggio della signorina snob.

Nelle vecchie interviste Franca racconta di non essere mai stata gelosa. Ora fa capire che non è andata proprio così. È che i rapporti tra i sessi un tempo erano diversi: «Non sono mai stata femminista, semmai maschilista» sorride. Però poche hanno fatto quanto lei per la causa delle donne. È stata attrice, regista, sceneggiatrice, commediografa, scrittrice. «Sono anche diventata un’icona gay, anche se non ho mai capito perché. Ma sono fiera di esserlo».

(Corriere della Sera)

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