Annessioni light

di Fiammetta Martegani –

Il primo luglio il premier israeliano Benjamin Netanyahu dovrà presentare alla Knesset il suo piano per annettere a Israele parte dei territori come previsto dall”‘Accordo del Secolo” proposto lo scorso 28 gennaio dal presidente americano Donald Trump: il primo capo di Stato americano repubblicano ad aver posto al centro della propria politica estera la questione. Stando agli sviluppi degli ultimi giorni, si ipotizza che la proposta di mercoledì potrebbe prevedere l’estensione della sovranità israeliana su un’area inferiore rispetto a quella suggerita dalla Casa Bianca: circa il 20% della Cisgiordania invece del 30%.

Fiammetta Martegani

Si tratterebbe, nello specifico, dei tre insediamenti ebraici più grandi: Ma’ale Adumim, Gush Etzion e Ariel, Aree che de facto sono già parte integrante dello Stato di Israele e che lo diventerebbero anche de jure, rientrando così sotto la legislazione civile israeliana.

II piano sta ricevendo molte critiche. Per il centro-sinistra israeliano (e per parte dell’Unione Europea) non funziona in quanto configura una mossa unilaterale: «II popolo palestinese e i suoi diritti non sono nemmeno stati contemplati – sottolinea Yehuda Shaul, cofondatore della Ong israeliana Breaking the Silence -. Questo, oltre al pericolo di una terza Intifada, potrebbe sottrarre a Israele ogni appoggio della comunità internazionale, e far saltare per sempre il processo di pace».

Gush Etzion

Per i coloni e per la destra estremista, la soluzione dei due Stati ipotizzata dal piano Trump è inaccettabile perché non ricalca il disegno della “Grande Israele”, quella compresa tra il Mar Mediterraneo e il fiume Giordano, che include, per intero, Giudea e Samaria. E costituirebbe un’enorme minaccia alla sicurezza del Paese.

«Lo stesso termine “annessioni” per noi è privo di senso – commenta Yigal Dilmoni, vice-presidente del Yesha Council, l’organizzazione che rappresenta i consigli municipali degli insediamenti -. Sarebbe corretto parlare di “sovranità”».

Poi c’è la Giordania (alleato politico fondamentale di Israele), che, come per la maggior parte dei Paesi limitrofi, considera le annessioni una mina sui delicati rapporti diplomatici con lo Stato ebraico. Ma anche con gli Stati Uniti, che peraltro si trovano già alle prese con la pandemia e le proteste del movimento Black Lives Matter.

Ma’ale-Adumim

Moshe-Maoz

A Trump, per ora, non conviene esporsi troppo. II suo piano prevedeva fin dall’inizio un percorso graduale e concordato. Preso atto della fuga in avanti di Netanyahu, il presidente Usa potrebbe, a questo punto, chiudere un occhio su una “light annexation”.

«Procederà a passi lunghi e ben distesi – spiega Moshe Maoz, esperto di Studi del Medio Oriente e dell’Islam all’Università di Gerusalemme – cercando di rimandare tutto il più in là possibile. A novembre, poi, potrebbe rilanciare le negoziazioni per accaparrarsi, in campagna elettorale, i voti, cruciali, degli evangelisti».

Gantz e Netanyahu

Non bastasse tutto questo, va sottolineato che sia la proposta americana che il “punto 28” dell’accordo siglato da Netanyahu e da Benny Gantz a maggio (quello che ha dato via libera al governo nazionale di emergenza) prevedono che i due partiti della coalizione (Likud e Blu Bianco) raggiungano un’intesa condivisa sulle annessioni. E l’ex generale, prudentemente, frena: non vuole deludere ulteriormente il suo elettorato (che lo aveva votato prevalentemente in funzione anti-Netanyahu) e, in attesa di diventare primo ministro tra un anno e mezzo circa (come previsto dal sistema a rotazione), intende impegnarsi al massimo per mantenere saldi i legami diplomatici con il resto del mondo.

Yehuda Shaul

Vedere Israele nel mirino per la questione delle annessioni non deve piacergli affatto. «La questione che abbiamo di fronte è un percorso complesso e storico che influenzerà le sorti del Paese nei prossimi decenni – ha dichiarato ieri il ministro della Difesa -. La affronteremo in modo responsabile».

Va detto che la posizione di Gantz potrebbe, mal che vada, risultare un’ottima scusa per Netanyahu per giustificare la “provvisorietà” del piano che aveva clamorosamente sventolato in campagna elettorale. Un buon assist per poterlo ridurre e rimandare. Ottenendo in questo modo il vantaggio di guadagnare altro tempo, senza fare grossi torti a nessuno e, soprattutto, mantenendo, ancora una volta, lo status quo. Un altro numero perfettamente riuscito di Bibi «The Magician».

 (Avvenire)

 

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