Antisemitismo e dintorni
Fondo pensione danese
ferma investimenti in Israele

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di Giuseppe Crimaldi –
I detti antichi sono distillati di saggezza e non sbagliano mai. Si perde il pelo ma non il vizio, ma la colpa non è dei poveri, incolpevoli lupi. State a sentire l’ultima: in Danimarca hanno scoperto “i diritti umani”, naturalmente quelli che tutelano le brigate dei terroristi musulmani, dei terroristi islamici e delle comunità che inneggiano alla mezzaluna.

sampensionQuando il disgusto travalica la nausea, allora succede anche questo. E brava la Danimarca, che dopo questa presa di posizione si attesta sul podio delle nazioni antisemite in un triste ex aequo con la cugina Svezia. Uno dei maggiori fondi pensione danese – il Sampension – ha deciso di cessare gli investimenti in società che operano non solo nel territorio nazionale di Israele ma anche negli insediamenti ebraici dei Territori. Ciò, hanno spiegato quegli “illuminati” banchieri, “in ossequio ad un principio generale di rispetto del diritto internazionale” e “di difesa dei diritti umani”.

Lo riferisce il quotidiano economico israeliano “Globes”, secondo cui nella lista nera di Sampension sono finite le due maggiori banche di Israele: la Leumi e la HaPoalim, oltre alla compagnia di telecomunicazioni Bezeq. Il giornale precisa che finora Sampension aveva investito in società israeliane o internazionali attive anche in Cisgiordania l’equivalente di 63 milioni di dollari.

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Disgusto in salsa danese. Ma, in fondo, poco o nulla di nuovo sotto il sole. Durante la Seconda Guerra Mondiale la Danimarca si distinse per l’atteggiamento apertamente collaborazionista con le belve tedesche in divisa da SS. Nell’ottobre 1943, 485 ebrei vennero catturati in Danimarca e condotti a Theresienstadt. Le armate tedesche varcarono il confine danese il 9 aprile 1940, ma le autorità militari avevano ordinato ai soldati di tenere un comportamento corretto, che in alcun modo potesse offendere o irritare la popolazione locale. La motivazione di questo comando era di natura razziale: come disse un generale della Luftwaffe: “Il danese non è un polacco, ma piuttosto un teutone”. Il re Cristiano, il governo e il parlamento decisero di non emigrare.

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Pertanto i nazisti, che preferivano di gran lunga trattare con autorità conservatrici capaci di aggregare consensi piuttosto che affidare il potere ai fascisti locali, fanatici, ma di solito privi di seguito popolare, cercarono di costruire un positivo rapporto di collaborazione. Nel 1941, circa il 75% della produzione agricola danese era esportata in Germania, al punto che la Danimarca forniva tra il 10 e il 15% delle derrate alimentari che entravano nel Reich. Inoltre, nella Germania settentrionale lavoravano ogni anno circa 30mila danesi.
L’antisemitismo nel codice genetico dei danesi. Dispiace doverlo dire, ma oggi ne abbiamo la conferma. La storia a volte si ripete, e comunque non lascia mai nulla al caso nel suo continuo divenire. Eppure – come ha scritto in un suo articolo sul “Foglio” Giulio Meotti, la Danimarca fu il primo paese scandinavo che nel XVIII secolo accolse gli ebrei concedendo loro di stabilirvisi godendo di tutti i diritti.
Oggi non è più così. Ed anzi la Danimarca è diventata – come la Francia e la Svezia, una delle nazioni più inospitali e pericolose per gli ebrei. Resta da chiedersi il perché di una decisione tanto grave come quella presa dalla Sampension. E come mai, anziché andare a colpire gli stati canaglia che continuano a foraggiare il terrorismo e l’integralismo di matrice salafita, jihadista, sciita o sunnita che sia, si guardi a Israele come ad un nemico.

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Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, giornalista