Aspettando la pace

epa07273109 A Hamas Palestinian security stands guard at the closed entry to Rafah border crossing with Egypt, southern Gaza Strip, 10 January 2019. Egypt will keep the crossing with Gaza Strip closed to departures from the Palestinian enclave after the Palestinian Authority withdrew its officials amid disagreements with Hamas.  EPA/MOHAMMED SABER

di Fiamma Nirenstein –

Ancora l’eco dei 700 missili di Hamas sul sud di Israele echeggia; i morti sono stati pianti e seppelliti; i feriti sono ancora ricoverati; Natal, l’organizzazione che risponde al telefono alle richieste di aiuto psicologico, ha ricevuto mille telefonate durante i giorni della miniguerra; e adesso Israele incrocia le dita. E’ in arrivo oggi a Gaza l’inviato del Qatar con la prima tranche dei 480 milioni di dollari per Hamas, Israele lascia entrare lui e i grandi camion di merci di ogni genere attraverso Kerem Shalom chiuso dal 4 maggio.

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Passano merci nella misura di 15mila tonnellate al giorno. Il passaggio affogato di sole, di polvere, di misure di sicurezza che tante volte hanno salvato gli addetti da attacchi terroristici adesso è di nuovo aperto per i latticini, la carne, la frutta per la popolazione di Gaza. E’ una misura di calma, se non di pace. La zona di pesca è stata allargata, si parla di costruire un ponte di strade che uniscano la Striscia al West Bank di Abu Mazen, ma difficilmente lui sarà contento della prospettiva: nel 2007 quando Hamas fece il colpo di Stato a Gaza, furono almeno 700 i suoi uomini uccisi, l’odio è cocente nonostante i ripetuti tentativi di pace.

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Più facile il modesto accordo odierno con Israele: Netanyahu ha gestito tutta la vicenda evitando il confronto verticale nonostante la gente del sud sofferente chiedesse (compresa la sinistra) un’operazione di guerra per porre fine agli incendi, agli assassini, agli assalti delle masse al confine e alle distruzioni. Il numero dei morti israeliani è di 4, quello dei palestinesi 23, in larga misura militanti. Ma i due milioni di abitanti di Gaza, che anche l’Egitto tiene al bando per motivi di sicurezza, soffrono giorno dopo giorno la dittatura islamista di Hamas, che detta la quotidianità sempre in guerra.

Giovedì comincia a Tel Aviv l’Eurovisione, le delegazioni canterine di tutto il mondo provano nel mondo ideale delle moquette e dei lustrini: è un’occasione diplomatica che nessuno vuole disturbata da un missile.

epa07050402 An Israeli soldier stands guard at Quneitra crossing, the only border crossing between Israeli and Syria, during the visit of the Israeli Defense Minister Avigdor Lieberman to the crossing, 27 September 2018. According to reports, Lieberman was quoted as saying that his country was ready to reopen the border crossing after the UNDOF force returned to operate on the frontier between Israeli and Syria, however it depends on the Syrian side.  EPA/ATEF SAFADI

Ma tutti sanno che, anche se l’Eurovisione passerà tranquilla, la quiete è provvisoria. Né calma le acque il ripetuto annuncio che ormai mancano pochi giorni, quelli che si contano fino alla fine del Ramadan in corso, e fino alla festa ebraica di Shavuot il 10 giugno perché venga presentato il famoso “Accordo del secolo” di Donald Trump.

Il principale fautore ne è il consigliere per il Medio Oriente e genero del presidente Jared Kushner, che è pronto a dire “on the record” solo che il piano richiederà sacrifici da tutte e le due le parti.

NEW YORK, NY - SEPTEMBER 20: Jared Kushner and Donald Trump attend IVANKA TRUMP celebrates launch of IVANKA TRUMP FINE JEWELRY and opening of IVANKA TRUMP BOUTIQUE at Country at Carlton Hotel on September 20, 2007 in New York City. (Photo by CHANCE YEH /Patrick McMullan via Getty Images)

Jared Kushner e Donald Trump

E’ evidente che Netanyahu, grato del passaggio dell’ambasciata a Gerusalemme, accoglierà il piano con atteggiamento positivo, anche se non è affatto da escludere che gli chieda rinunce territoriali che non gli piaceranno affatto e che potrebbero fare cadere l’eventuale governo, per ora in costruzione. Invece i palestinesi non fanno passare giorno senza che Abu Mazen faccia sapere che non se ne parla nemmeno, che non ci sarà “una pace economica o umanitaria”, come la motteggia lui.

Ma quello che si sa dalle poche rivelazioni sempre tuttavia smentite, è che invece di parlare di “due Stati”, cosa che i palestinesi hanno ormai rifiutato troppe volte perché risulti credibile, si parla di “aree”; uno Stato includerebbe una militarizzazione palestinese ingestibile per la sicurezza delle parti; che tuttavia verrà disegnato un confine senza prevedere espulsioni né di popolazione ebraica né palestinese, ma cancellando avamposti e piccoli insediamenti.

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Il piano si occupa anche di Gerusalemme, e conserverebbe lo status quo pur nel riconoscimento dell’autonomia palestinese. Kushner, sembra, prevede forti contributi economici per uno sviluppo notevole e tuttavia ben controllato, in modo che il denaro non finisca in violenza, della parte palestinese. Non si sa molto di più, solo che il paradigma delle trattative infinite sarebbe cancellato, nella certezza che fallirebbero come tutte le altre naufragando sul sogno palestinese di cancellare Israele.

Anche Netanyahu potrebbe trovarsi in difficoltà di fronte alle proposte dell’amico, ma potrebbe incentivarlo il consenso che Trump richiede dai Paesi sunniti dell’area, forse trasformato in una promessa di pace generale, il sogno di ogni israeliano.

 ( Giornale )

 

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Fiamma Nirenstein

Giornalista