Autoisolamento e buon senso: così Israele combatte il coronavirus

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di Fabiana Magrì

È nelle mani dell’intelligence epidemiologica il controllo della diffusione del Covid-19 in Israele. Il numero degli infetti cresce ma, tranne in un caso, il virus è arrivato da fuori. Buon segno per gli israeliani. Indica che, dopo le misure di contenimento, grazie a indagini approfondite e isolamento hanno messo la briglia al contagio.

Così il sistema sanitario regge la pressione e continua a garantire il normale svolgimento dei servizi, dal pronto soccorso agli ambulatori, dai reparti alle sale chirurgiche. Anzi, ha tempo di mettere a frutto l’esperienza e diffondere nuovi protocolli alla rete nazionale degli ospedali. Al timone c’è il ministero della salute, affiancato dall’ufficio del primo ministro. Accademie, centri di ricerca e start-up sono al lavoro per contribuire a perfezionare test, trattamenti e – obiettivo finale – cure. Tutto il comparto civile sa di poter contare, all’occorrenza, sulle risorse militari.

 

«La realtà non facile di Israele – fatta di confini da difendere ed esperienza nella gestione di situazioni critiche – si rivela un vantaggio», commenta Arnon Afek, vice direttore dello Sheba Medical Center, il più grande ospedale della nazione. Al telefono, il professore espone le procedure adottate dallo stato ebraico. E lo fa in italiano. È il suo modo per manifestare solidarietà per la situazione di sofferenza della penisola che è solito visitare almeno tre volte l’anno. Israele è stato il primo al mondo a blindarsi dentro i suoi confini – di fatto regolando gli ingressi dall’accesso principale, l’aeroporto Ben Gurion – e ad applicare severe misure d’isolamento a tutti i viaggiatori in arrivo dalle aree infette.

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«Solo chi sviluppa i sintomi della malattia – spiega il professore, che in passato ha ricoperto l’incarico di direttore generale del ministero della salute, – è sottoposto al tampone dal Magen David Adom (il pronto soccorso israeliano, NdR). Se positivo al test, è condotto in ospedale, indipendentemente dalla gravità della patologia. Se i numeri continuassero ad aumentare, il sistema sanitario è pronto per trattare le situazioni lievi a domicilio e riservare l’ospedalizzazione ai casi più seri». Ofer Rak è ortopedico all’Ichilov, struttura sanitaria di Tel Aviv dove oggi è ricoverato. Il medico israeliano, (che tiene a sottolineare la sua cittadinanza anche italiana, per matrimonio), è rientrato dalla Val di Fassa dopo una bella sciata nei giorni in cui è entrato in vigore l’obbligo di quarantena.

L’unica uscita, il giorno delle elezioni, per andare a votare, come consentito, nei seggi allestiti per gli elettori in isolamento. Dopo qualche giorno sono arrivati i sintomi, la febbre, il tampone e la diagnosi. Quindi l’ospedalizzazione e l’analisi epidemiologica. È il direttore delle relazioni internazionali del ministero della sanità israeliana, Asher Shalmon, a illustrare questo passaggio fondamentale della strategia di mitigazione del Covid-19. Oltre a varie squadre, a livello nazionale, di epidemiologi ed esperti in salute pubblica, è stato istituito un team ad hoc per l’emergenza coronavirus, una rete regionale di funzionari specializzati in indagini epidemiologiche. Loro hanno interrogato Ofer Rak – e tutti gli altri contagiati dal virus – per stilare un elenco preciso dei luoghi frequentati, degli orari, e delle persone incontrate. Il resto è affidato a una comunicazione capillare, attraverso il sito del ministero e i media. Chiunque ritenga di essersi trovato in situazioni a rischio, deve a sua volta auto-isolarsi. In sostanza: più popolazione in quarantena, minor contagio. «È un’investigazione – spiega Shalmon – che si basa su informazioni spontanee. Il processo richiede tempo ma, per motivi di privacy, non siamo autorizzati a usare tecnologie per tracciare gli spostamenti delle persone». Lo conferma Arik Brabbing, ex direttore dell’unità cyber dello Shin Bet, l’agenzia d’intelligence interna di Israele: «Non abbiamo l’autorità per farlo, nemmeno per controllare che sia rispettata la quarantena. La legge lo prevede solo in caso di terrorismo o crimine. A meno che un ordine speciale non sia impartito dal primo ministro». Finora sono una manciata i casi di chi ha mentito agli epidemiologi o di chi ha violato l’isolamento. «Crediamo che la maggior parte delle persone segua le regole – assicura Asher Shalmon -. La cattiva pubblicità sui media e i provvedimenti per un comportamento che la polizia ha equiparato ad azione criminale, funzionano come deterrenti».

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Nel frattempo è scesa in campo la difesa israeliana nella ricerca di un vaccino contro il coronavirus e pare che gli scienziati dell’Institute for Biological Research – segretissimo centro a Ness Ziona vicino a Tel Aviv – stiano compiendo importanti progressi nella comprensione del virus. Tzahal – l’esercito – invece, è andato in aiuto del Magen David Adom per alleviare la pressione sul suo call center. Da ieri è attivo un nuovo numero verde dedicato alle informazioni sul Covid-19. Durante l’inaugurazione della linea telefonica ad hoc, l’amministratore delegato del MDA Eli Bean ha dichiarato che «se necessario, non lo volesse il cielo, l’IDF prenderà il comando». Il fronte israeliano, insomma, dimostra ancora una volta di presentarsi compatto nell’emergenza e preparato per scenari estremi.

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Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, giornalista