Bergoglio, “ Per Gerusalemme
puntare su quello che unisce
non su quello che invece divide”

JERUSALEM, ISRAEL - MAY 26:  (ISRAEL OUT)  In this handout provided by the Israeli Government Press Office (GPO), Pope Francis visits the Western Wall, Judaism's holiest site, in Jerusalem's Old City, on May 26, 2014 in Jerusalen, Israel. Pope Francis arrived in Israel on Sunday afternoon, a day after landing in the Middle East for his first visit to the Holy Land. During his visit to the West Bank the Pontiff addressed the Israeli-Palestinian conflict as "unacceptable" and urged both sides to find courage in seeking a peaceful solution. (Photo by Avi Ohayon - GPO /Getty Images)

 

di Paolo Rodari –

L’hanno definito «Papa comunista». Niente di più falso. E il discorso di ieri ai 183 ambasciatori i cui Paesi hanno rappresentanza presso la Santa Sede lo dimostra. Francesco, il primo vescovo di Roma a non aver partecipato al Concilio Vaticano II, perché è stato ordinato prete solo nel ’69, rilegge in chiave critica l’anno-totem della sinistra, il Sessantotto. È da lì, dice, che è partita la «colonizzazione ideologica».

Paolo Rodari, vaticanista Il Foglio, autore con Andrea Tornielli de “Attacco a Ratzinger” (Piemme)

Paolo Rodari

Il riconoscimento dei diritti è una cosa positiva, poiché riguarda «la promozione di ogni uomo», ma, osserva, esiste il rischio che «una visione riduttiva della persona umana apra la strada alla diffusione di ingiustizia, ineguaglianza sociale e corruzione». Come gli accadde in Argentina da vescovo quando da sinistra lo accusavano di essere un conservatore, Francesco ancora oggi demolisce le categorie in cui vogliono ingabbiarlo e offre ai diplomatici un discorso in continuità teologica e dottrinale con Joseph Ratzinger, il Papa della resistenza al relativismo culturale. Anche sui migranti, Bergoglio non avalla gli stereotipi delle «porte aperte a tutti» e, come aveva già fatto di ritorno dalla Svezia, chiede accoglienza ma con prudenza. Sui fronti più caldi, il Papa vuole negoziati.

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A cominciare dalla Siria e dalla Corea. E alla segreteria di Stato dà mandato di attuare la sua geopolitica della misericordia: puntare su ciò che unisce piuttosto che su ciò che divide. Così, anche a Gerusalemme, nei Paesi africani e del Sudamerica dove sta per recarsi per aiutare a superare i contrasti.

Come fece Wojtyla quando pacificò Argentina e Cile arrivati a un passo dalla guerra, così la discesa di Bergoglio in Cile e Perù vuole conciliare un’area in turbolenza: «Il Venezuela attraversa una crisi drammatica», dice.

E, insieme, rimarginare la distanza fra Roma e le Chiese locali. L’opposizione di Roma alla teologia della liberazione spesso ha tagliato fuori anche i frutti migliori, quella teologia etnica che piace da sempre al Papa argentino.

(Repubblica)

 

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