Calabria, il Pitagorismo

di Gennaro Avano –

Viaggio nel percorso storico antropologico nel Meridione ebraico in cui, negli ultimi anni, stanno riemergendo tante tracce di semitismo dimenticato che inducono a ritenere quella ebraica una cultura fondante come quella greca. Sulla base di queste scoperte tanti stanno ritrovando affezione verso una cultura che scoprono riferibile alla propria origine remota. In qualche modo, coltivare questa consapevolezza può, col tempo, creare una più solida affettività verso Israele, e di Israele verso il nostro sud. Il Meridione continentale, la Calabria.

Gennaro Avano

Appare dunque in maniera via via più evidente la traccia di questa componente identitaria dell’Italia Meridionale la quale ha avuto per “veicolo” il mondo ellenico e che perciò era anche ellenofona.

Nel merito, anche per il territorio calabro, se le tracce archeologiche e documentali non ci consentono di andare più indietro del I secolo precedente l’evo volgare numerosi indizi ci consentono di intuire un semitismo anteriore l’ e.v. Per questo ci riferiamo, come vuole l’autore tardoantico Origene, a quella caratteristica scuola filosofica denominata “pitagorismo” in cui sussiste un carattere riferibile alla cultura egizio-semitica (ponendo come premessa che essa, ancora genericamente ascritta  alla koinè greca, nasce in Calabria e ivi si radica fortemente).

Notoriamente il contenuto prevalente del pitagorismo è un’indagine teo-cosmogonica di impianto matematico e musicale centrato sul simbolismo numerologico. Una cifra quindi che non può non avere rifermenti nell’ebraismo, in seno al quale si sviluppa la disciplina del cabbalismo che si riferisce ai medesimi contenuti.

Le biografie di Pitagora, assai postume, ci trasmettono la cognizione che avrebbe condotto i suoi studi presso il faraone del Basso-Egitto Amasis (regnante dal 568 al 526) grazie all’interessamento di Polycrate di Samos, ammiraglio greco la cui flotta era al servizio del Faraone.

In questo evo quindi gli scambi culturali e religiosi tra il mondo greco e quello egizio non mancano e benché, informa Erodoto « i “nobili” ed il sacerdozio egiziani “disprezzano” i marinai ed i commercianti “greci” per il loro modo di vivere “impuro”» è evidente che sarà proprio il legame del semitismo italico al mondo greco che induce, come vedremo, il Talmud babilonese, alla determinazione di “una capanna nell’Italia greca”.

Fatto che rappresenta, secondo noi, l’anello di congiunzione tra la cultura ellenica ed ebraica nel Meridione dal momento che, apprendiamo tra le pagine del saggio Israele e l’umanità del grande intellettuale  Elia Benamozegh: « I cabbalisti hanno visto nel soggiorno prolungato degli Ebrei in Egitto, un mezzo impiegato dalla Provvidenza divina per restituire alla religione d’ Israele, e, incorporarvi per selezione, tutto ciò che vi era di buono e di vero nella religione egiziana [ …] Il fatto che il Senato romano accomunasse in una sola condanna le superstizioni egiziane ed ebraiche, allorché volle proscrivere le influenze orientali, dimostra che la stretta parentela tra le due religioni colpiva anche gli stranieri»

Elijah_Benamozegh

A supporto di quanto vagheggiamo spingiamo a notare che nello sviluppo delle teorie metafisiche pitagoriche assai singolare è la concezione monoteistica, che si allontana decisamente da quella schiettamente politeistica della Grecia dell’ Ellade. Nel pitagorismo la causa del Mondo divino e di quello “naturale” che abitiamo è riconosciuta in un Principio Unico, un Dio Uno – Theos-, Padre di Tutto.

L’insieme del Dio/Logos, universo divino e natura, costituiscono un accordo che Pitagora ci trasmette come tetraktys sacra e, assomiglia, quantomeno, alla rappresentazione che restituisce Strabone dell’ebraismo: « Strabone dice che Mosè proibì la rappresentazione […] della Divinità perché il suo dio non era che l’insieme delle cose, la Natura. Questo testo è prezioso perché attesta che l’impressione esercitata dal mosaismo sui pagani colti era precisamente quella che dà l’ebraismo della Qabbalah»  . E che restituisce pure, aggiungiamo, l’innegabile affinità con la rappresentazione pitagorica (dei pitagorici) di impianto numerologico, che si estende allo studio del suono e della musica ove la musica: « ha, com’è noto, un’importanza fondamentale nell’ebraismo essendo strettamente intrecciata alla ritualità e quasi identificata con la preghiera ».

Enrico-Fubin

E d’altronde, nella medesima recensione al saggio di  Enrico Fubini, Musica e canto nella mistica ebraica, viene spiegato che: « Nel mostrare i tratti di questa concezione musicale tanto diversa da quella cristiana e occidentale, Fubini non trascura di coglierne […] i rapporti con altre tradizioni culturali, in particolare con quella neoplatonica. Così, il canto dell’universo e delle stelle in lode del Signore di cui trattano i cabbalisti è molto vicino all’idea pitagorica e neoplatonica della musica delle sfere. E la consonanza fra le sfere celesti e mondo terreno è presente nello shofar celeste, la cui armonia segna per gli uomini l’annuncio della redenzione».

Se a ciò sommiamo che nella trattatistica ebraica sono frequenti i rimandi al mondo greco, anche se in termini dispregiativi, pensiamo che questi riferimenti rappresentino la cifra dell’avvenuto contatto e perciò una necessità di distinguersene: « Rashi, il grande commentatore della Torà e del Talmud del dodicesimo secolo, notava, commentando un passo talmudico, che non erano chiari i motivi per cui “i canti greci” avrebbero potuto essere stati la causa della corruzione di Acher (Elisha ben Abuyà), e aggiungeva che forse quest’ultimo “aveva trasgredito la proibizione della musica dopo la distruzione del tempio”.

Il Maharsha (Cracovia 1555) altro commentatore al Talmud, di epoca rinascimentale, giustamente obiettava  che con ciò non veniva spiegato il perché dell’allusione ai canti greci […]. Queste opinioni concordano con l’idea […] che la cultura e la filosofia greca e non ultima la musica dei Greci fosse una delle cause dell’assimilazione e della perdita di identità degli ebrei che ad esse si dedicavano ».

In ragione di quanto esposto siamo dunque indotti a  ritenere attendibile un retaggio culturale ebraico in Pitagora e nel pitagorismo. Ribadiamo pertanto che il fenomeno fu profondamente radicato in Calabria ove la leggenda vuole che vivesse lo stesso Filosofo e dove sussistono le tracce del più remoto ebraismo italico.

(6. continua)

 

 

 

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