Cazzotti di libertà

Il ghetto di Roma come un ring

di Aldo Cazzullo

«Jodii oje è ‘na bella jurnata!». Come ogni giorno, estate o inverno che sia, «Burasca» dà le previsioni del tempo nel suo inconfondibile dialetto giudaico-romanesco. Ormai le mamme del Ghetto si sono abituate a regolare l’abbigliamento dei figli sulle segnalazioni meteo del pittoresco venditore ambulante. Se si sente «Fa freddo, copritevi bene!» oppure «Oie è tempo de calla roste!», i ragazzini che si preparano per andare a scuola faranno meglio a infilare un cappotto, e se Burasca strilla «Oie viè giù pure Moshe Rabbenu!» è il caso di prendere pure l’ombrello.

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Aldo Cazzullo

Si apre così il libro di Maurizio Molinari e del suo coautore Amedeo Osti Guerrazzi, Duello nel ghetto (Rizzoli). Si apre con la descrizione piena di umanità di un mondo che da lì a cinque anni sarà travolto dalla storia. Un microcosmo che custodisce da due millenni, dai tempi di Cesare, l’identità romana; e nello stesso tempo porta inciso nella lingua e nei cuori il retaggio universale dell’ebraismo, della Torah, di un popolo che rappresenta un mistero e un tesoro nella storia dell’umanità. Sul Ghetto di Roma si addensa una minaccia terribile.

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Prima le leggi razziali, che mettono l’una contro l’altra persone abituate a convivere: come Pacifico Di Consiglio, detto Moretto, pugile dilettante, anima ribelle; e Luigi Roselli, ardito, fascista, che della palestra è il custode, vive da sempre in mezzo ai «giudi », però matura col tempo un’ostilità destinata a degenerare nella persecuzione. Perché poi arrivano la guerra e l’occupazione nazista. E allora che Moretto, coraggioso al punto da fare a pugni con i fascisti negli anni del consenso, diventa uno tra i pochi ebrei romani a unirsi alla Resistenza combattente.

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Elena Di Porto, «Elena la matta»,

Le ore che precedono la razzia del i6 ottobre 1943 sono ricostruite con uno stile efficace e drammatico. «La donna scarmigliata arriva in Piazza come lanciata da una fionda. L’urgenza si legge nei passi, nell’atteggiamento, nell’espressione del viso, nella voce levata a chiamare. Senza urlare, però. Il suo è un allarme disperato, ma segreto».

La donna scarmigliata è Elena Di Porto. La chiamano «Elena la matta», ma — scrivono Molinari e Osti Guerrazzi — «è forse la donna più saggia di tutta la Piazza». Ha saputo che all’alba verranno i tedeschi a deportare l’intera comunità. I 50 chili d’oro raccolti come riscatto si riveleranno una falsa speranza; e Moretto l’aveva detto, che era meglio prepararsi a resistere piuttosto che tentare di ammansire la belva nazista.

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La battaglia di Porta San Paolo

Ma nessuno darà retta a lui e a Elena: in pochi si salveranno, tra loro i fumatori che si sono alzati presto per andare a comprare le sigarette, per prevenire il razionamento dei tabacchi. Qualche giorno prima, Moretto è stato tra i difensori di Porta San Paolo.

Il libro ricostruisce scene nobili e nello stesso tempo spietate: un ufficiale seduto al tavolino di un caffè tenta invano di ricevere ordini da un telefono a manovella; qua e là spiccano teli bianchi che chiedono tregue che le SS non sono certo disposte a concedere; nelle stradine basta un solo soldato tedesco con una mitragliatrice a tenere in scacco militari e popolani armati di vecchi fucili. Sulla capitale scende un manto nero.

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Pacifico Di Consiglio, detto Moretto

Moretto è tra i pochi a non arrendersi. Va a cercare i partigiani per continuare a combattere. Prende un treno dalla Tiburtina verso le Marche, dove sono avvenuti i primi scontri tra italiani e tedeschi. Con sei compagni trova rifugio in un casolare, dove si presenta come ebreo, ma viene tradito. Quando torna a Roma, a casa sua trova una famiglia di sfollati: gli ebrei della capitale sono già sul convoglio diretto ad Auschwitz. Nella capitale ci sono i coraggiosi, i delatori, e la zona grigia. Roselli diventa il capo di una banda di persecutori. Moretto ingaggia con lui un duello quasi da pugile. Evita una prima volta la fucilazione, colpendo il suo tedesco con il badile che ha ricevuto per scavarsi la fossa.

Maurizio Molinari e Alberto Di Consiglio, figlio di Pacifico Di Consiglio detto “Moretto”

Maurizio Molinari e Alberto Di Consiglio  

Viene catturato pochi giorni dopo che 79 ebrei sono stati assassinati con un colpo alla nuca alle Fosse Ardeatine; si salva saltando dalla finestra. Poi finisce a Regina Coeli, ma neppure qui si arrende. Quando i tedeschi requisiscono il cibo dei detenuti, ruba loro il pane e riesce a gettarlo nelle celle, prima di essere preso e pestato a sangue. Un giorno ricava un grimaldello dal cucchiaio di legno, apre la cella, si traveste da barbiere, riesce a far uscire anche i compagni, che finalmente possono guardarsi in volto, conoscersi, abbracciarsi, prima che i secondini facciano pagare a Moretto con altri colpi la sua sfida. E quando un carceriere gli nega il rancio chiamandolo «ebreaccio», lui lo prende a PugniIl lettore è condotto negli abissi della bassezza umana, dove abitano gli italiani pronti a vendere un compatriota per denaro e i (pochi) ebrei traditori della loro stirpe, come Celeste Di Porto, la Stella del ghetto; ma anche nell’empireo di generosità e di grandezze che possono emergere solo nelle ore più tragiche. Moretto ce la fa, sopravvive, e testimonierà sino all’ultimo — «fatevi sentire» mormora sul letto di morte a Maurizio Molinari — il suo legame non tanto con la religione quanto con l’essenza dell’ebraismo. E questo libro sulla sua vita resterà come un racconto straordinario, in cui la vicenda personale e singolarissima di un uomo è calata dentro la tragedia di un tempo e di un popolo.

(Corriere della Sera)

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