Claudia Disi
Difendiamo i bambini del mondo

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Carissimi amici di Israele, mancano pochi mesi alla celebrazione di due importanti anniversari: il 30° della Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza e il 70° delle quattro Convenzioni di Ginevra sulla protezione dei civili nei conflitti. Eppure, come dice il direttore dei Programmi di emergenza dell’Unicef Manuel Fontaine, “il numero dei Paesi coinvolti in conflitti interni  o internazionali è il più alto da trent’anni a questa parte”. Non mi dilungherò sulle cifre perché immagino che le abbiate tutti sotto gli occhi. Cito lo Yemen, dove – ogni dieci minuti – un bambino muore a causa di malattie prevenibili; cito l’Afghanistan, dove i bimbi rappresentano l’89 per cento delle vittime civili di mine e altri residuati bellici. Troppo silenzio, cari amici, c’è però, ancora, intorno ai ragazzi israeliani di Sderot e Ashqelon, costretti a vivere giorno e notte con l’incubo dei missili.

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Claudia Disi

Troppo silenzio (un silenzio colpevole e assordante come il frastuono delle esplosioni), intorno a quel razzo, sparato dalla Striscia, che ad agosto scorso cadde a qualche metro da un gruppo di bambini, colpevoli solo di non essere riusciti in tempo a raggiungere il rifugio. Troppo silenzio, troppi silenzi, quando qualcuno prova a ricordare che lì, nel Sud di Israele, dal momento dell’allarme, il tempo massimo che la popolazione civile ha per raggiungere un posto sicuro è quindici secondi appena.

Il 18 novembre di qualche anno fa le autorità israeliane decisero di chiudere le scuole entro la distanza di 40 chilometri da Gaza. dopo la caduta di un missile di Hamas nel giardino di un asilo. Il 12 novembre scorso un giovane di 19 anni appena ha lottato tra la vita e la morte In un ospedale di Beer Sheba: stava viaggiando su un bus centrato dall’ennesimo razzo palestinese.

Silenzio. Solo silenzio. Che mondo è un mondo che non preserva i suoi giovani, che mondo è un mondo che neanche più si indigna di fronte al proliferare di bare bianche, che mondo è un mondo che guarda all’altro come a un “diverso”, come a un “problema”

Mi auguro, e vi auguro, un mondo che volti pagina. Senza retorica, lo dico da madre prima che da cittadina: si chiama “Pace”, non “pacifismo”. E’ un bene prezioso, supremo, che prevede ben altro che la semplice (e auspicabile) assenza di conflitti: vuol dire dialogo, rispetto. A chi dovesse pensare che questa sia utopia, ricordo la storia di un popolo meraviglioso che, in nome della Speranza, ha costruito l’impossibile.

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