Come è bella questa sinistra
Difende gli ebrei morti
ed odia quelli vivi…

epa06373333 Palestinians paint an 'X' over the face of a picture of US president Donald J. Trump which was painted on the Israeli separation wall in Bethlehem, West Bank, 07 December 2017. Palestinians announced a general strike and a rage day as a protest against US President Donald J. Trump declaration recognizing Jerusalem as the capital of the Israel. On 06 December, US president Donald J. Trump announced that he is recognising Jerusalem as the Israeli capital and will relocate the US embassy from Tel Aviv to Jerusalem. EPA/ABED AL HASHLAMOUN

di Giovanni Sallusti  –

Gratta gratta, le anime belle che affollano la Cupola del Politicamente Corretto riadattano un adagio che il generale Custer riferiva agli indiani: «l’unico ebreo buono è quello morto». La stessa compagnia di giro che, nei caminetti delle tecnoburocrazie europee come nei sottoscala delle redazioni nostrane, strilla da mesi contro un fantasma, l’improbabile ritorno del vecchio antisemitismo con la svastica, alla prova dei fatti si mette alla testa dell’antisemitismo contemporaneo, quello modaiolo, in kefiah, terzomondista, che mette nel mirino gli ebrei là dove vivono oggi, nello Stato d’Israele.

Giovanni Sallusti

Giovanni Sallusti

Antefatto: Donald Trump decide di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme. E rivendica la simbologia del gesto (che attua una legge promulgata dal Congresso nel 1995): nel guazzabuglio mediorientale la libertà e i valori che la sostanziano sono tutti dalla parte di Israele, eccezione vivente in mezzo a un florilegio di teocrazie islamiste assassine. Ed ecco che contro gli ebrei viventi, gli ebrei hic et nunc in carne, ossa e guerra quotidiana contro il terrorismo che dilania periodicamente i suoi civili, si alza compatto il grido proprio di quel clubbino tanto in ansia per la memoria degli ebrei morti. Che è sacrosanta, tragedia insopprimibile del Novecento, ma proprio per questo richiederebbe un minimo di coerenza nel 2017.

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Macché, dai giornali illuminati su su (si fa per dire) fino alle Mogherini e ai Macron, è tutta una condanna. Sacrilegio, si mina il percorso negoziale dei  duepopoliduestati, tuona la Cupola, ed è subito hashtag.

Sono parole solenni, di una solennità appesa al nulla, visto che sia la rappresentante Ue per la politica estera che il presidente francese che l’ultimo opinionista del circondario filopalestinese fingono di ignorare che niente di simile a un «percorso negoziale» si dà oggi nell’inferno del Medio Oriente, fuori dagli editoriali e dalle risoluzioni Onu.

Palestinians clash with Israeli troops during a protest against U.S. President Donald Trump's decision to recognize Jerusalem as the capital of Israel in the West Bank city of Bethlehem, Friday, Dec.8, 2017.(ANSA/AP Photo/Nasser Shiyoukhi) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]

Né potrebbe essere altrimenti, almeno finché il controllo della Striscia di Gaza e di fatto dello stesso governo palestinese (Abu Mazen è la perfetta foglia di fico da spedire ai meeting in Europa) starà nelle mani e nei kalashnikov di Hamas. Una simpatica congrega di seguaci di Allah che nel proprio Statuto contempla come obiettivo finale la distruzione d’Israele, il quale «rimarrà in esistenza finché l’islam non lo ponga nel nulla», e sentenzia che «non esiste soluzione alla questione palestinese se non nel jihad».

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Papa Francesco

Allo stesso Papa Francesco, che si è sentito in dovere di «rivolgere un accorato appello affinché sia impegno di tutti rispettare lo status quo», sarebbe allora il caso di chiedere: quale status quo? Quello dell’Intifada dei coltelli, quello in cui una delle due parti impegnate in un fantomatico negoziato mira all’annientamento dell’altra («soluzione finale», la chiamavano i vecchi maestri dei nuovi antisemiti), quello della jihad antiebraica? Proprio non lo vedete, l’antisemitismo montante oggi dietro quella versione religiosa del Mein Kampf che per Oriana Fallaci era il Corano, concentrati come siete a concionare sull’antisemitismo di ieri? È uno strabismo morale che ha un nome ben preciso: collaborazionismo.

(Libero)

 

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