Come l’accordo di Abramo
cambia il Medio Oriente

di Maurizio Molinari –

L’accordo di pace fra Israele ed Emirati Arabi Uniti nasce da un nuovo approccio dei Paesi arabi sunniti allo Stato ebraico, permette a Washington di tornare protagonista in Medio Oriente ed esalta la sfida strategica in corso per la leadership regionale fra gli sceicchi del Golfo e la Turchia di Erdogan. Se finora Israele aveva siglato accordi di pace solo con Stati confinanti — l’Egitto nel 1979 e la Giordania nel 1994 — ponendo fine a contese territoriali ereditate dai conflitti combattuti dal 1948, gli Emirati Arabi Uniti non hanno mai avuto alcuna disputa bilaterale e dunque il contenzioso era politico, legato all’irrisolta questione palestinese nonostante gli accordi di Oslo nel 1993. La scelta di Mohammed bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi meglio noto come “Mbz”, è stata dunque di ritenere che bisognava invertire i fattori per rompere lo status quo : riconoscere Israele al fine di avvicinare la risoluzione della questione palestinese.

Maurizio Molinari

Nella cornice dei rapporti fra Stati arabi e Israele è un capovolgimento drammatico che nasce da una svolta ancora più profonda, che viene dalle viscere del Medio Oriente. Gli sceicchi degli Emirati — ma anche in Bahrein e in Oman — hanno fatto coincidere le aperture segrete a Israele negli ultimi anni con una progressiva riscoperta delle radici delle comunità ebraiche in questi Paesi ovvero hanno scelto di leggere il sionismo e l’esistenza di Israele nella cornice della secolare presenza degli ebrei nel mondo arabo.

La riapertura dell’antica sinagoga di Manama e l’inaugurazione di quella più nuova a Dubai, il cibo kosher servito negli Emirati come gli auguri per le feste ebraiche arrivati dalle capitali del Golfo hanno riproposto un legame millenario fra queste tribù sunnite e il popolo ebraico che ha portato a considerare Israele un tassello regionale, facendo venire meno la principale, e più radicale, obiezione del nazionalismo arabo al sionismo come “occupazione coloniale di terre musulmane”.

Questo spiega perché l’amministrazione Trump ha scelto il termine “Accordo di Abramo” per l’intesa raggiunta, invocando l’origine comune di ebrei e musulmani con una formula che include pure i cristiani, anch’essi parte integrante della storia mediorientale. Ovvero, solamente il pieno ritorno degli ebrei nella regione — non più solo come comunità ma come Stato sovrano — può portare alla risoluzione dei contenziosi. A cominciare da quello palestinese.

Netanyahu, Trump e Mohammed bin Zayed Al Nahyan

Si tratta di una svolta nell’approccio degli Stati arabi a Israele — avvalorata dal convinto sostegno dell’Egitto di Al Sisi e della Giordania di re Abdallah — maturata attorno al comune timore nei confronti dell’Iran degli ayatollah, percepito come la maggior minaccia alla sicurezza collettiva a causa del suo programma nucleare come anche del sostegno a gruppi paramilitari sciiti impegnati, dal Bahrein allo Yemen, dall’Iraq al Libano, a difendere gli interessi di Teheran. Lavorando su questa tela di legami fra arabi sunniti ed Israele, l’amministrazione Trump ha ottenuto un accordo che trasforma Washington nell’epicentro di una potenziale alleanza regionale con due obiettivi: contenere l’Iran e sviluppare un network di crescita economica sommando l’alta tecnologia israeliana alle risorse energetiche sunnite.

Per gli Stati Uniti si tratta di un successo che consente di riguadagnare spazio strategico dopo i molti smacchi subiti — dalla Siria alla Libia — da parte della Russia di Vladimir Putin. E ciò spiega il plauso di Joe Biden, rivale democratico di Donald Trump nelle presidenziali Usa, all’intesa fra Benjamin Netanyahu e Bin Zayed. Ma c’è dell’altro perché il Medio Oriente è in questo momento soprattutto lo scacchiere dove è in corso la grande sfida fra monarchie del Golfo — guidate dagli Emirati Arabi Uniti dopo l’indebolimento dell’Arabia Saudita a causa dei rovesci militari in Yemen e del caso Khashoggi — e Turchia per la leadership dell’Islam sunnita e dunque il patto Abu Dhabi-Gerusalemme frena lo slancio del presidente Recep Tayyip Erdogan.

Mohammed bin Zayed Al Nahyan è il più agguerrito leader delle monarchie del Golfo che imputano ad Ankara — ed al Qatar — di sostenere il movimento dei Fratelli musulmani al fine di far implodere gli Stati arabi e conquistarne la guida. Emirati e Turchia sostengono con armi e finanziamenti le opposte fazioni in lotta nelle guerre civili in Siria, Yemen e Libia. Hanno anche alleati rivali p

erché Bin Zayed punta su Trump mentre Erdogan fa intese con Rohani e Putin. E fanno spesso scintille: come avvenuto quando il ministro degli Esteri emiratino, Sheik Abdullah bin Zayed Al Nahyan, ha rilanciato via Twitter l’accusa al generale ottomano Fahreddin Pasha di aver saccheggiato Medina nel 1916 scatenando l’ira di Erdogan che lo ha definito «un miserabile» rammentandogli che «Fahreddin Pasha protesse Medina e i suoi abitanti». Per gli Emirati il sostegno turco all’ex presidente Morsi in Egitto ed a Hamas a Gaza, l’intervento turco in Siria e in Libia, sono tasselli di un “disegno coloniale neo-ottomano” per tornare a sottomettere gli arabi sunniti come avveniva al tempo del Sultano di Costantinpoli.

E poiché in questo momento sembra essere proprio Erdogan il leader più in ascesa nella regione, la scelta della pace con Israele diventa una mossa per sbarrargli il passo. Facendo emergere in Medio Oriente due opposti schieramenti protagonisti di un Grande Gioco dagli esiti imprevedibili: da una parte Erdogan assieme a Qatar e Iran sostenuti dalla Russia, e dall’altra gli Emirati con monarchie del Golfo, Egitto, Giordania e Israele sostenuti dagli Usa. Mentre l’Europa è la finestra.

 (Repubblica)

 

 

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Giornalista