Conversione &  Libertà

Silvia Romano

 di Francesco Lucrezi –

Il ritorno in patria di Silvia Romano – oggi Aisha – è, naturalmente, una bella notizia, per la quale non si può non provare una gioia sincera, unitamente a una viva gratitudine per tutti coloro che si sono prodigati per questo felice esito della drammatica vicenda. Speriamo di tutto cuore che la giovane volontaria possa superare nel modo migliore la brutta avventura, che possa riprendere in piena libertà e pienezza la sua vita, che la sua famiglia possa godere, dopo tanta angoscia, di una ritrovata serenità. E speriamo vivamente – ma sul punto la speranza è a livello zero – che i criminali che l’hanno tenuta prigioniera possano essere assicurati alla giustizia, ed essere adeguatamente puniti.

Francesco Lucrezi

Quanto alla controversa faccenda della sua conversione all’Islam durante la prigionia, le mie idee sono molto semplici e chiare, valgono per qualsiasi religione, conversione o abiura, e sono sintetizzabili in tre elementari concetti.
a) “Nihil est tam voluntarium quan religio”, scrisse Lattanzio (salvo poi, dall’oggi al domani, cambiare radicalmente idea, una volta che il “suo” cristianesimo ebbe raggiunto il potere): “non c’è niente di così volontario come la religione”. Ammiro molto questa frase del Lattanzio “prima maniera”, così come condanno con forza le violente proposizioni da lui (e da tanti altri) pronunciate dopo la battaglia di Ponte Milvio, del 312, intrise di odio e spirito di vendetta verso tutti gli “infedeli”. Ogni scelta in tema di religione deve essere assolutamente libera e insindacabile, ognuno deve essere libero di osservare la religione che preferisce, di conservarla, abbandonarla, rinnegarla, cambiarla, e nessuno può dire a un altro cosa, su tale terreno, possa o non possa fare.

Silvia Romano

b) Ogni scelta presa in condizioni di prigionia e costrizione – soprattutto quando inflitte in modo violento e illegale – non può mai essere ritenuta libera e spontanea. Shabbatai Zevi, com’è noto, scelse di convertirsi all’Islam, per avere salva la vita: si può considerare la sua una libera scelta?
Silvia dice di essere sempre stata rispettata, e di non avere subito violenze, e dice anche che i suoi carcerieri erano sempre armati, e a volto coperto.

Avrebbero potuto fare di peggio, certo, meno male che non è accaduto. Ma si può chiamare, questo comportamento, “rispetto”? Come si può parlare di una conversione “spontanea”?
E ci sarebbe anche da chiedersi come mai, tra tanti libri, la volontaria abbia chiesto ai suoi carcerieri di farsi dare, guarda caso, proprio il Corano, venendo subito accontentata. Non mi permetto, per carità, di giudicarla, io, al posto suo, può darsi che mi sarei convertito il primo giorno, non dopo nove mesi. Quelli che rivolgono alla giovane volontaria, dal comodo delle loro poltrone, parole di dileggio o irrisione, farebbero meglio a stare zitti. Forse Marco Antonio Bragadin, il difensore di Famagosta, che preferì farsi scorticare vivo dai turchi, piuttosto che abiurare, potrebbe criticare Silvia-Aisha, non certo questi signori.

Shabbatai Zevi

c) Se una scelta in tema religioso viene assunta in condizioni di costrizione, chi l’ha fatto è ovviamente libero, una volta ritrovata la libertà, di confermarla, o rinnegarla. Affinché tale conferma o ricusazione abbia un senso, però, bisogna essere davvero sicuri che il soggetto interessato sia libero da condizionamenti, paure, pressioni psicologiche di sorta.

In molti Paesi islamici l’apostasia è ancora un reato penalmente perseguibile, chi potrebbe mai chiedere a una persona che ha già tanto sofferto di continuare a vivere nella paura? E se, per ipotesi, Silvia avesse compiuto la sua scelta come forma di “captatio benevolentiae” (come, ripeto, avrei forse fatto anche io: non credo di essere un eroe), e avesse poi vissuto per quasi un anno da devota musulmana, sarebbe forse per lei possibile, facile, immaginabile dire ora “non era vero niente, è stata una finta”? Evidentemente impossibile.

Rallegriamoci, ovviamente, per il ritorno a casa di Silvia, a cui auguriamo ogni bene. Non so cosa lei pensi ora dei carcerieri che le avrebbero usato “rispetto” e, francamente, non mi interessa molto. So cosa penso io: il sequestro di persona è il più odioso dei crimini, che andrebbe punito con la massima severità. Questo è quello che penso, e se un domani dovessero rapirmi, e io, da prigioniero, dovessi convertirmi a questa o quella religione, sarebbero solo queste mie parole di oggi, scritte da uomo libero, a contare.

(Moked)

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