Da Cairo al Cairo
Il discorso di Pompeo
seppellisce il progetto Obama

US Secretary of State Mike Pompeo speaks to students at the American University Cairo, in the eastern suburb of New Cairo, east of the capital on January 10, 2019. - The top US diplomat was in Egypt on the latest leg of a whistle-stop regional tour aimed at shoring up Washington's Middle East policy following President Donald Trump's shock decision to withdraw 2,000 US troops from Syria. (Photo by ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / POOL / AFP)

Mike Pompeo all’Università americana del Cairo

  di Niram Ferretti –

Il passo di marcia dell’Amministrazione Trump sull’Iran è veloce e sostenuto. Dopo la decisione di ritirare le truppe americane di stanza in Siria, decisione che ha suscitato non solo il marcato disappunto di Israele ma aspre critiche anche in campo repubblicano e ha provocato le dimissioni del Segretario alla Difesa, il Generale James Mattis, la Casa Bianca mostra ora agli alleati in Medioriente che sull’Iran non ha intenzione di cedere di un millimetro. Anzi.

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Niram Ferretti

Se, durante una riunione, Donald Trump aveva detto che in Siria, l’Iran avrebbe potuto fare quello che voleva, il discorso fatto dal Segretario di Stato Mike Pompeo all’Università americana del Cairo, rappresenta la più totale sconfessione della politica mediorientale obamiana.

Fu al Cairo, nel 2009, che il neoeletto Barack Obama fece un discorso ormai famoso di ampia apertura al mondo arabo e all’Islam, il quale avrebbe presto dato i suoi frutti amari, soprattutto per storici alleati degli Stati Uniti quali Israele e l’Arabia Saudita, mentre avrebbe aperto una ampia linea di credito all’Iran, siglata in modo emblematico dall’accordo sul nucleare (JCPOA) del 2015.

Barack Obama

Il discorso di Barack Obama del 2009

Di questo assetto, oggi, non rimane più nulla in piedi, essendo stato smontato pezzo dopo pezzo dall’Amministrazione Trump, con il riposizionamento dell’Iran sull’asse del male e la sua riqualificazione come principale Stato terrorista al mondo, seguiti dall’uscita dal JCPOA (il grande trofeo di politica estera di Obama) e dal ripristino delle sanzioni economiche nei confronti di Teheran.

Nel suo attuale viaggio in Medioriente, preceduto da quello del Consigliere per la Sicurezza Nazionale John Bolton, uno dei più risoluti avversari del deal sul nucleare iraniano e da anni a favore di una linea dura contro l’Iran, Mike Pompeo non solo ha rassicurato gli alleati sunniti della determinazione americana contro la Repubblica Islamica ma ha annunciato un summit sul tema che si terrà in Polonia il 13 e il 14 febbraio prossimi. “Raduneremo dozzine di paesi da tutto il mondo…Ci concentreremo sulla stabilità, la pace e la libertà in Medioriente e ciò includerà la garanzia che l’Iran non sia una forza destabilizzante”, ha dichiarato il Segretario di Stato americano.

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Mike Pompeo

Il viaggio di Pompeo che ha come tappe l’Arabia Saudita, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman, il Kuwait e il Qatar, è stato preceduto dai viaggi precedenti in Giordania, Iraq ed Egitto, per rassicurare che la decisione americana di lasciare la Siria non avrà alcuna ripercussione sulla lotta nei confronti dell’ISIS. Ma è soprattutto l’Iran a fare la parte del leone, e per contrastarlo gli USA vorrebbero mettere insieme un ampio fronte sunnita, una sorta di NATO araba che ricomponga le fratture tra il Consiglio di Cooperazione del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar. Sotto l’auspicio americano, dovrebbe vedere la luce una Alleanza Strategica del Medioriente che dovrebbe vedere congiunti il Consiglio di Cooperazione del Golfo insieme alla Giordania e all’Egitto.

In questo senso, il discorso tenuto al Cairo da Mike Pompeo, dal titolo “Una forza per il bene: Il ruolo rinnovato degli Stati Uniti in Medioriente”, non solo, come già evidenziato, rappresenta il congedo definitivo dalla dottrina Obama nella regione più turbolenta del pianeta ma ha lo scopo di sottolineare che gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di disimpegnarsi in essa.  Al contrario, vi è la volontà di rafforzare le alleanze, in primis quella con Israele, mai così solida, e poi quella con i paesi arabi, non in nome di una cambiale firmata in bianco all’Islam, ma in nome di un preciso, contingente e robusto reciproco interesse nell’interagire nei confronti di quello che è percepito come il nemico comune più pericoloso.

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Esso è la più radicale messa in stato di accusa della politica mediorientale di Barack Obama messa nero su bianco fino ad ora dall’Amministrazione Trump, in cui le scelte geopolitiche regionali dell’ex presidente sono criticate senza mezzi termini come la fonte principale dell’attuale situazione critica: un insieme di errori macroscopici, occasioni mancate, totale mancanza di realismo. Il passaggio dedicato all’Iran e alla fallita occasione americana nell’esercitare la propria influenza in un momento cruciale come quello dei tumulti del 2009, è emblematico:

“La riluttanza dell’America, la nostra riluttanza nel esercitare la nostra influenza ci ha mantenuto nel silenzio quando il popolo iraniano si è ribellato contro i mullah a Teheran durante la Rivoluzione Verde. Gli ayatollah e i loro scherani hanno assassinato, imprigionato e intimidito gli iraniani amanti della libertà…Imbaldanzito, il regime ha propagato la propria influenza cancerosa in Yemen, Iraq, Siria e ulteriormente in Libano”.

Dopo l’uscita dal JCPOA e il ripristino delle sanzioni, che hanno segnato il nuovo corso americano nei confronti dell’Iran, è ora il turno delle nuove fasi, di cui, la Casa Bianca sta proseguendo a delineare la fisonomia.

(Informale)

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