Dalla parte della Palestina

di Giorgio Pagano *

L’accordo tra Emirati Arabi Uniti e Israele dà espressione piena a un’alleanza che di fatto esisteva già, cementata da una visione geopolitica – la creazione di una sorta di “Nato araba” che unisca il fronte sunnita e Israele contro l’Iran sciita e contro la Turchia, che pure è sunnita e da tempo riconosce Israele – e dalla motivazione di una comune crescita economica. Resta incerto il ruolo dell’Arabia Saudita, indebolita dall’assassinio di Jamal Kashoggi e dalla guerra contro lo Yemen: il “piano” avrebbe dovuto vederla protagonista, ma Mohammed bin Zayed (MbZ) il principe ereditario di Abu Dhabi, l’ha sorpassata candidandosi a leader del mondo sunnita.

Giorgio Pagano

Ora Riad seguirà o no gli Emirati? Un altro interrogativo riguarda il Libano: perché l’accordo è anche contro Hezbollah, alleato dell’Iran, già indebolito dalla misteriosa esplosione di Beirut. Ma la vera domanda riguarda il conflitto israelo-palestinese. Secondo MbZ “Israele si è impegnato a frenare qualsiasi dichiarazione di sovranità sui Territori Palestinesi”.

Bibi Netanyahu si è limitato a parlare di “sospensione”. Certamente il quadro è cambiato: Netanyahu ha “frenato” rispetto al disegno, che doveva iniziare il 1° luglio, di “estensione della sovranità israeliana” su circa due terzi della Cisgiordania, il territorio palestinese occupato dal 1967. Netanyahu non aveva ancora proceduto, addebitando il fatto al ritorno della pandemia. La verità è che erano emersi sia ostacoli interni che esterni, soprattutto il mancato appoggio incondizionato da parte degli Stati Uniti. Le implicazioni erano troppo pericolose.

A Netanyahu l’accordo è dunque servito per uscire da una fase di grande difficolta: per il processo per corruzione, per le proteste popolari contro la sua gestione della pandemia, e perché non era nelle condizioni di attuare l’annessione annunciata. Ovviamente l’inserimento della frase sull’annessione ha dato ben altra immagine all’accordo anche dal punto di vista di MbZ. Dal tatticismo che ha mosso entrambi i protagonisti derivano le loro, già citate, diverse interpretazioni.

La Palestina ha reagito con rabbia mista a rassegnazione. I diritti dei palestinesi -non a caso nemmeno presenti ai negoziati- non sono riconosciuti. Si teme una pace con una parte del mondo arabo che cancelli una volta per tutte le aspirazioni ad avere un proprio Stato. MbZ ha posto la questione della nuova annessione, non quella dell’occupazione: ma l’annessione riguarda territori che Israele occupa da tempo. Il rischio è la fine della questione palestinese: il nuovo staterello disegnato da Netanyahu e Trump è una “gruviera” -poche aree immerse nel grande Israele, senza continuità territoriale- per di più privo di Gerusalemme est come capitale. Al suo posto è prevista Abu Dis, un quartiere periferico sradicato da Gerusalemme grazie al muro di divisione. Basta andarci e parlare con chi ci vive: per tutti “la capitale è la città vecchia, dove c’è la Moschea santa”. Tuttavia l’annessione, almeno per ora, non ci sarà, e il piano Trump non si realizzerà: l’accordo almeno questo lo certifica. Non solo, Trump potrebbe non essere rieletto.

Insomma, non tutto è perduto per i palestinesi. Ma certamente la loro classe dirigente è una casa da ricostruire: servono nuovi volti e nuove idee. La pace, nonostante la retorica di questi giorni, è ancora lontana. Molto potrebbe fare l’Europa, oggi paralizzata, come ha spiegato lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua sul “Secolo XIX”, per un duplice motivo: “la memoria della Shoah e la responsabilità dell’Europa in quella tragedia” e “l’antisemitismo serpeggiante nella società europea”.

Ma di fronte all’atteggiamento del Governo israeliano, ha aggiunto, “i Paesi europei non solo hanno il permesso ma anche l’obbligo morale di dire: no, adesso basta”.

*Ex sindaco di La Spezia Pd

(Secolo XIX)

 

 

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