Dieci domande/ Giulio Meotti
“ Per espiare la shoah
i tedeschi nazificano Israele”

Giulio Meotti riceve il premio Amici di Israele 2016

Giulio Meotti riceve il premio “Amici di Israele” 2016

di Gerardo Verolino –

Incontriamo un giornalista senza peli sulla lingua, coraggioso e dal linguaggio schietto. Uno strenuo difensore dei valori e della cultura occidentale e, soprattutto, del mondo ebraico: Giulio Meotti, firma   del “Foglio”. Per il suo parlar chiaro è stato spess o vittima della censura del “politically correct” . Ha all’attivo molti libri tra i quali segnaliamo  “La fine dell’Europa” per l’editore “Cantagalli” e l’ultimo suo libro in ordine di tempo che si intitola “Il suicidio della cultura occidentale” per Lindau. 

Gerardo Verolino

Gerardo Verolino

Grazie al suo articolo sul “Foglio” è venuta fuori la vicenda dei cori di morte per gli ebrei durante la manifestazione dell’Associazione dei Palestinesi. Ci può dire come è andata? Ora voglio vedere che succede, se saltano fuori i nomi delle sigle coinvolte e delle persone che hanno scandito quelle frasi senza precedenti in Italia. Se la magistratura, insomma, fa il suo lavoro. Il resto è solo un dettaglio. Un articolo di giornale. Importante ma un articolo

La manifestazione antisemita di Milano il 9 Dicembre

La manifestazione antisemita di Milano

In Italia vede un incremento del fenomeno dell’antisemitismo? Meno che altrove. Svezia, Francia, UK e Germania stanno molto peggio. Noi in Italia siamo un po’ indietro rispetto ai nostri fratelli nordeuropei. Ma il clima sta molto peggiorando anche qui. Milano ne è un esempio

DeMagistris-AbuMazen

De magistris premia Abu Mazen

Napoli è una città storicamente tollerante dove, da sempre, convivono pacificamente tante culture differenti. Il sindaco de Magistris però dopo aver conferito la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen ed aver intestato una strada cittadina ad Arafat sembra aver tracciato un solco ben preciso, alienandosi le simpatie della comunità ebraica. Che idea si è fatta del sindaco di Napoli? E’ un bluff partenopeo, un demagogo, uno che flirta con la “resistenza” palestinese, uno che andrebbe deriso e denunciato in pubblico ogni giorno per queste sue intemerate

Islamici in Francia

Islamici in Francia

In Francia, dove risiedono 6 milioni di cittadini di fede musulmana, nell’ultimo decennio oltre 40mila ebrei hanno lasciato il Paese. La Francia è una nazione ostile agli ebrei? Lo è diventata di nuovo dopo Vichy. Per mezzo secolo, gli ebrei sono stati di nuovo alla grande in Francia. Oggi sono assediati, intimoriti, si nascondono, cambiano casa, paese. Ma va a ondate, per cui non escludo possano resistere ancora a lungo, soprattutto se entrano in modalità “dhimmi”, sottomessi. Via la kippà, la magen david, più polizia, più concentrazione nei quartieri, meno voce grossa. Non sarà un quieto vivere per loro.

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Su “La Lettura” del “Corriere della sera”, Donatella di Cesare, ha raccontato di come l’antisemitismo sia cresciuto più di ogni altro Stato europeo in Germania un Paese che non avrebbe fatto i conti onestamente col proprio passato. “Il memoriale dell’Olocausto, nel cuore della capitale-dice la di Cesare-ha avuto sin dall’inizio un ruolo ambivalente e ha funzionato come pietra tombale per compensare l’incapacità del lutto e per sopire le colpe tedesche”. Condivide questa analisi? Il popolo tedesco doveva espiare, ma lo ha fatto nel modo sbagliato. Gettando su Israele un’ombra sinistra e perversa. I tedeschi non perdonano gli ebrei per la Shoah, così diventano agguerriti contro Israele. E’ uno strano fenomeno storico e psicologico. Espio la Shoah nazificando Israele

A picture taken on December 13, 2017, shows the Israeli and US flags placed on the roof of an Israeli settlement building in East Jerusalem and Jerusalem's Old City with the Dome of the Rock mosque in the centre. / AFP PHOTO / AHMAD GHARABLI (Photo credit should read AHMAD GHARABLI/AFP/Getty Images)

Passiamo al tema che ha infiammato le opinioni pubbliche mondiali alla fine dell’ultimo anno quando il Presidente Trump ha deciso di spostare l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendola di fatto come capitale. E’ stata la scelta giusta? Assolutamente sì. Un grande gesto politico, storico e morale. Politico, perché piega l’irredentismo palestinese. Storico, perché era la cosa giusta da fare, riconoscere l’ebraicità di Gerusalemme negata dal mondo oggi, dall’Unesco, dai giornali, dalla UE. E morale, perché si dà fiato a Israele in un momento di delegittimazione spaventosa nell’arena internazionale

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Il rischio di una nuova intifada come veniva paventato da tanti sembra scongiurato. Gli analisti hanno commesso un grossolano errore o è  troppo presto per ritenere fugato questo pericolo? Mai essere ottimisti in Medio Oriente. Tutto può crollare in un attimo. I pessimisti sopravvivono sempre, perché sono sempre pronti al peggio. Ma vedo i palestinesi più preoccupati dal lavoro e dall’economia che dall’Intifada. Hanno tutto da perdere da questa calma. Lo sanno. Si ricordano della battaglia di Jenin del 2002, l’assedio alla Muqata, i carri armati a Nablus etc…E poi odiano Abu Mazen e i corrotti dell’Anp, non rispondono ai pifferai dell’Intifada. Inoltre, temono Israele quando si dimostra intransigente, quando non cede. Gli arabi rispettano il linguaggio della forza.

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La ragazza simbolo delal rivolta studentesca in Iran

Iran. I Guardiani della Rivoluzione sembra che abbiano represso la rivolta spontanea di popolo. Ritiene che si sia trattata di una manifestazione spontanea dei giovani per richiedere libertà e diritti per tutti? Cosa poteva (o potrebbe ancora fare) la comunità internazionale per sostenere le richieste dei ragazzi iraniani? Dopo l’Onda verde del 2009 questa sarebbe la seconda rivolta sedata dal regime. Che futuro ha, secondo lei, la teocrazia degli ayatollah? L’Iran è una rivoluzione odiosa, propulsiva, espansiva, attiva. L’Occidente dovrebbe combatterla o contenerla, non favorirla con appeasement, accordi, aiuti. L’Europa sta invece facendo proprio questo. Ci siamo venduti al miglior offerente a Teheran. E i giovani iraniani ne stanno facendo le spese. Ma è come l’Urss, prima o poi cadrà. Resta da vedere se violentemente o implodendo, come il comunismo

Israele. Che anno si prospetta per gli ebrei e lo Stato d’Israele nel 2018? Un anno stupendo. Di crescita economica. Di forza militare. Di benessere demografico. Di ispirazione culturale e religiosa. Israele sorride da ogni lato. Ma non deve compiacersene, come fece negli anni Novanta. L’ex capo di stato maggiore, archeologo ed eroe di guerra Yigael Yadin diceva che “in Israele un civile è un soldato con undici mesi di congedo” 

 

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