Dieci domande / Niram Ferretti
Israele, un anno di grandi sfide
nel nuovo scenario del MO

Niram Ferretti (foto di Emil Khorsai)

Niram Ferretti (foto di Emil Khorsai)

di Gerardo Verolino –

Dopo aver intervistato Giulio Meotti stavolta incontriamo un altro brillante osservatore delle vicende storico politiche di Israele:Niram Ferretti. Scrive su “L’Informale”di cui è vicedirettore, su“Progetto Dreyfus” e “Caratteri Liberi”. Il suo ultimo libro si intitola “Il sabba intorno a Israele. Fenomenologia di una demonizzazione” per l’editore “Lindau”.

Gerardo Verolino

Gerardo Verolino

Alla fine dell’anno passato si è verificato l’episodio che ha suscitato tante reazioni nella comunità internazionale: il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme che, di fatto, l’ha riconosciuta come capitale d’Israele. E’ stata quella del Presidente Trump una scelta giusta? Si è trattato di una scelta elaborata con cura attraverso una lunga preparazione. Quando Benjamin Netanyahu si recò alla Casa Bianca la prima volta nel febbraio dello scorso anno, per essere ricevuto dal neoeletto presidente, nella conferenza stampa congiunta si accennò a un progetto di collaborazione americano-israeliano con i paesi sunniti per contrastare il terrorismo islamico. La prima tappa che Donald Trump ha fatto all’estero nel suo primo viaggio presidenziale è stata a Riad, poi è partito alla volta di Israele. Il motivo era quello di riallacciare i rapporti con l’Arabia Saudita dopo il periodo di grande freddezza conseguito agli anni dell’Amministrazione Obama. Questi sono alcuni elementi dello scenario che ha preparato la dichiarazione di Trump su Gerusalemme capitale di Israele. Essa nasce all’interno di una convergenza tattica tra una parte consistente del mondo sunnita, gli USA e Israele in funzione anti-sciita. Quindi sì, la scelta è stata giusta, se vogliamo considerare il mutato scenario mediorientale, giusta sotto il profilo del tempismo politico e dei nuovi rapporti di forza nella regione e giusta sotto un profilo prettamente empirico. Gerusalemme è oggettivamente la capitale di Israele dal 1967. Trump ha certificato una realtà per altro già riconosciuta dagli USA nel 1995 quando una legge bipartisan passata al Congresso degli Stati Uniti ha stabilito il trasferimento dell’ambasciata USA da Tel Aviv a Gerusalemme, di fatto riconoscendola come capitale dello Stato ebraico.

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Perchè l’Unione europea, per bocca del suo ministro degli esteri, Federica Mogherini, ha avuto una reazione di condanna verso il gesto, ratificato dal Congresso americano nel 1995, di Trump? L’Unione Europea è incardinata su assetti programmatici diversi rispetto a quelli dell’Amministrazione Trump e a quelli rappresentati da Israele. Con il venire meno dell’Amministrazione Obama e della dottrina centrale di quell’amministrazione, basata su una concezione multipolare, che si irradiava attraverso una serie di convergenze tattiche di equilibrio con l’Europa, l’Unione Europea si trova oggi a dovere fare i conti con una Amministrazione americana che pone gli USA in una posizione assai più risoluta e autonoma. Riguardo allo scenario mediorientale, lo sguardo americano non è quello della UE, sostanzialmente filo-araba fin dalla fine degli anni Sessanta. Questo contrasto si è di fatto polarizzato all’ONU a dicembre, con il voto contro la decisione americana di dichiarare Gerusalemme capitale di Israele che si è avuto all’Assemblea Generale, dove si è vista la maggioranza dei paesi europei, con l’eccezione vistosa di alcuni paesi dell’Est Europa, uniti nel loro voto contrario.

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Federica Mogherini

Che giudizio dare circa l’operato della signora Mogherini. E come è possibile questa strana attrazione dell’Unione europea verso personaggi dalla dubbia fede democratica come il presidente turco Erdogan o verso gli ayatollah iraniani? La risposta a questa domanda è in parte già presente nella mia risposta precedente. Si tratta appunto di una questione generale di priorità e obbiettivi politico economici. Quelli europei sono diversi da quelli americani, non in toto, ma sotto alcuni aspetti sostanziali. La Mogherini, nel suo ruolo di Alto Rappresentante della UE, mi consenta il gioco di parole, rappresenta benissimo questa differenza. Con la Turchia,  non si usa una voce troppo risoluta in virtù della questione immigrazione a causa del potere di ricatto che Erdogan è in grado di esercitare relativamente ai flussi migratori.

Giulio Terzi di Sant’Agata

Giulio Terzi di Sant’Agata

Anche Angela Merkel ha dovuto abbozzare. L’Iran è un potenziale partner per commesse assai lucrose. Recentemente, in un suo articolo, l’ex Ministro degli Esteri del governo Monti, Giulio Terzi di Sant’Agata, ha illustrato puntualmente quali sono in termini economici gli interessi che l’Italia ha con il regime degli ayatollah. La Mogherini ha sempre difeso a spada tratta l’accordo sul nucleare iraniano che sia Trump che Benjamin Netanyahu considerano un pessimo accordo e un rischio non solo per la sicurezza del Medioriente, ma per la sicurezza mondiale. Di nuovo vediamo l’Europa e gli Stati Uniti, insieme a Israele, su sponde opposte.

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Dopo la minaccia di una nuova Intifada, la situazione nei territori palestinesi, sembra essere tornata alla quotidiana “normalità”. Il paventato catastrofismo di taluni osservatori era eccessivo? Non solo era eccessivo, ma me lo lasci dire, era un “wishful thinking”. Si sperava in una sollevazione di popolo, in una nuova ondata di violenze in modo da potere accusare gli USA di irresponsabilità e, ovviamente, in modo da potere attaccare Israele, uno degli sport preferiti occidentali da cinquanta anni a questa parte. Malgrado i profeti di sventura nulla di tutto ciò è accaduto e il motivo è, come ho già accennato precedentemente, che lo scenario mediorientale è mutato. La “causa palestinese” non è più, da almeno un decennio, una priorità per il mondo arabo. Oggi chi la sostiene in Medioriente è fondamentalmente l’Iran e in Occidente, l’Europa, ancora ancorata su un assetto ideologico che è quello degli anni ’70. Si tratta di una questione avvitata su se stessa, del tutto marginale e residuale per quanto riguarda le sfide che ci sono da affrontare oggi in Medioriente.

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Ritiene che dietro l’antisionismo di una certa sinistra si nasconda l’antisemitismo? Mi consenta di fare un breve preambolo. Il rapporto tra antisionismo e antisemitismo non è un rapporto di pura equivalenza, tuttavia i confini sono estremamente porosi. Chi si dichiara antisionista di fatto afferma che lo stato di Israele non avrebbe dovuto nascere. Questa non è una affermazione antisemita di per sé, ma chi afferma questo poi ha il dovere di spiegare perché il popolo ebraico non avrebbe dovuto, tra tutti i popoli, non avere il proprio stato nella terra in cui è sorto e a cui è sempre rimasto legato nel corso dei millenni. Detto questo va aggiunto che, più frequentemente che non, l’antisionismo si accompagna a una vera e propria criminalizzazione dello Stato ebraico che trasforma gli israeliani in mostri, esattamente allo stesso modo in cui Hitler lo faceva con gli ebrei.

4c5Vif2r_400x400 Tenga presente una cosa, al di là dell’antisemitismo e antisionismo tipico della destra di tradizione nazi-fascista vi è fin dagli anni ’60 il filone dell’antisemitismo e antisionismo di sinistra la quale ha fatto propria la narrativa dell’ex Unione Sovietica secondo la quale Israele sarebbe un paese colonialista, imperialista e razzista. Questa è la narrativa egemone ancora oggi in quanto, diversamente dalla destra di matrice nazi-fascista, sconfitta durante la seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica ha potuto foraggiare con la sua propaganda antisionista e antisemita l’Occidente fino al suo collasso nei primi anni ’90 godendo del vantaggio di avere in Europa solide formazioni politiche da essa dipendenti.

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Come mai, secondo lei, nel cuore dell’Europa, tra la Francia, la Svezia e la Germania, stiamo assistendo ad un pericoloso  ritorno dell’antisemitismo? Se me lo permette, aggiungerei anche il Regno Unito. L’antisemitismo non è mai stato sconfitto e dubito fortemente che lo sarà mai. Esso è una costante storica. Ci sono periodi in cui resta sottotraccia altri in cui si manifesta in modo palese. Oggi siamo, a 73 anni di distanza dalla fine della fine della guerra, in una fase in cui si può essere più disinvoltamente antisemiti in virtù di quella comoda foglia di fico che è l’antisionismo. I paesi che lei ha citato, in modo particolare la Francia e la Svezia hanno una forte percentuale di immigrazione islamica, e se verifichiamo le statistiche a nostra disposizione, vedremo che la maggioranza degli attacchi nei confronti di cittadini di fede ebraica, sono di matrice islamica. Ciò che dico non minimizza gli atti di violenza perpetrati da estremisti di destra indigeni, ma non sono loro gli attori principali.

Margot Wallström

Margot Wallström

La Svezia, paese con una radicata cultura di sinistra è da anni all’avanguardia nelle sue accuse contro Israele.  Due anni fa si è rischiata una crisi diplomatica per le dichiarazioni vergognose del Ministro degli Esteri, Margot Wallström. La Svezia è stato il primo paese europeo, nel 2014 a riconoscere la Palestina come stato. La Francia, è una fucina storica di antisemitismo autoctono sul quale negli anni, in virtù del processo di decolonizzazione, si è andato a innestarsi quello islamico. La Germania, rispetto a questi due paesi, si salvaguarda ancora, principalmente in virtù della, per citate Jaspers, “questione della colpa”.

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Manlio Di Stefano

Nel mese di marzo, il Parlamento italiano, eleggerà i suoi nuovi rappresentati. Quali sono, a suo giudizio, le forze politiche più ostili ad Israele che sarebbe preferibile non conseguissero un buon risultato? Sicuramente il M5 Stelle è quello che ha espresso per bocca di alcuni suoi esponenti, penso in modo particolare a Manlio di Stefano ma anche Luigi di Maio e Alessandro Di Battista, posizioni fortemente preconcette e ostili allo Stato ebraico. Non affermo che esse rappresentino il sentire di tutto il partito, peraltro fondato da chi, come Beppe Grillo ha sempre cavalcato esplicitamente tesi complottiste farneticanti in cui, come è tipico di chi le condivide, il Mossad riveste il ruolo del Grande Vecchio, o meglio dei Vecchi dei Savi di Sion, ma sicuramente sono affermazioni di esponenti di rilievo. Di Maio, teoricamente dovrebbe essere un futuro Primo Ministro.  

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Anche in Italia si stanno affermando i movimenti BDS che incitano al boicottaggio verso Israele. Non è strana questa tendenza a boicottare sempre e solo Israele? Certamente lo è, perché è estremamente selettiva e attacca per presunte e inesistenti violazioni, l’unico stato democratico in Medioriente. Non esiste un movimento analogo per i presunti diritti umani violati in Iran, o in Egitto, o in Arabia Saudita, o in Yemen e così via. No, il bersaglio è Israele, presentato da questo movimento criminalizzante come un vero e proprio stato canaglia, il peggiore in un contesto in cui sono sempre proliferate violenze, soprusi, atrocità, tutte perpetrate dagli arabi ai danni dei loro confratelli palestinesi. Il BDS può esistere solo per una ragione, perché ha il supporto dell’Europa che lo sostiene ideologicamente e finanziariamente. Senza l’Europa non avrebbe alcuna sponda.

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Che atteggiamento pensa abbia la stampa italiana verso Israele? Totalmente sbilanciato. Il pregiudizio anti-israeliano è fortemente radicato sia sulla carta stampata sia nell’informazione che viene fornita dalla televisione. Giornali come La Repubblica, Il Fatto Quotidiano (vera e propria palestra di antisionismo al cubo), ma anche Il Corriere della Sera, per non parlare, naturalmente, del Manifesto, hanno tutti, con diverse gradazioni una posizione ostile a Israele presentato sempre in accezione colpevolista.

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Niram Ferretti

Per concludere. Che anno si presenta  il 2018 per Israele che resta una potenza tecnologica ed economica nel Medio-Oriente e nel resto del mondo? Un anno di sfide, di nuovi orizzonti nei più diversi campi, soprattutto in quello tecnologico e tecnico scientifico, penso ai brevetti israeliani relativi a nuovi apparati medici, ma non solo. Il know how sulla sicurezza e la prevenzione terroristica, pone Israele ai vertici. E’ una conoscenza a cui sempre più paesi guardano, anche quelli i quali hanno nei confronti di Israele una posizione ostile. Purtroppo sarà anche un anno anche di possibili rischi militari rilevanti. Mi riferisco alla presenza iraniana in Siria, ai confini delle alture del Golan e al suo tentativo di radicarsi nel territorio per costituire un asse con Hezbollah in Libano in una futura azione contro Israele. Questa è al momento la preoccupazione strategica più rilevante che Israele deve affrontare.

 

 

 

 

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