Divide il D-day annessioni

 di Sharon Nizza –

A una settimana dall’1 luglio, che secondo l’accordo di governo Netanyahu-Gantz dovrebbe essere il D-day per una possibile estensione della sovranità israeliana su alcune aree della Cisgiordania, in Israele nessuno ha davvero un’idea chiara di cosa si stia parlando. Non sono state rivelate mappe né quali porzioni di territorio sarebbero incluse nel piano, né tantomeno se verrà effettivamente realizzato tra sette giorni. A Gerusalemme oggi gli occhi sono puntati a Washington, dove sono iniziate discussioni tra i consulenti del presidente Trump fautori del piano “Pace per Prosperità” presentato a gennaio, tra cui il genero Jared Kushner e l’Ambasciatore Usa in Israele David Friedman, rientrato in patria apposta per la consultazione.

Sharon Nizza

La partita pare si giochi proprio tra questi due attori: Kushner, che ha girato per il Mediorente negli ultimi anni tessendo la base per l’attuale avvicinamento tra l’asse sunnita e Israele, spinge per minimizzare qualsiasi azione unilaterale israeliana che potrebbe minare i suoi sforzi di conciliazione regionale. L’ambasciatore Friedman è invece il sostenitore più agguerrito del via libera a Israele per procedere con la mossa unilaterale “e poi si vedrà”.

Jared Kushner e David Friedman

Inizialmente il premier israeliano Netanyahu aveva parlato dell’estensione della legge israeliana da luglio su tutto il 30% dei territori che secondo il “Piano del secolo” di Trump dovrebbe rimanere sotto controllo israeliano. Ovvero le cosiddette “Aree C” della Cisgiordania, dove, in base agli Accordi di Oslo, l’amministrazione civile e la gestione della sicurezza sono nelle mani israeliane e dove si trovano tutti gli insediamenti (circa 450.000 abitanti) e una minima parte della popolazione palestinese (circa 100.000). Questo 30% comprende anche la Valle del Giordano, che Israele considera il suo confine orientale naturale già dai tempi di Rabin Capo di stato maggiore.

Yitzhak-Rabin

Ma diversi fattori si sono posti nel corso dei mesi come ostacolo a questa prospettiva: innanzitutto, gli Usa di gennaio non sono gli stessi di oggi e la valutazione che stanno facendo i consiglieri di Trump è se, con la crisi innescata dal coronavirus e dalle proteste del movimento Black Lives Matter, sia necessario avventurarsi in altri campi minati in vista delle elezioni.

Poi si è sollevata una inaspettata opposizione di una parte del movimento degli insediamenti, rappresentati nel “Consiglio Yesha”: qui una parte della leadership preferisce frenare qualsiasi prospettiva di annessione se questa implica il riconoscimento di uno Stato palestinese. I

nfine l’opposizione interna al governo: il vicepremier e ministro della Difesa Benny Gantz è in contatto diretto con la fazione kushneriana a Washington e ribadisce che “qualsiasi mossa dovrà essere effettuata nel rispetto delle linee guida stabilite dal Piano di Trump e degli accordi regionali esistenti”.

Re Abdallah di Giordania

Qui l’attenzione è rivolta in primis alla Giordania, che proprio oggi ha minacciato di richiamare l’Ambasciatore da Israele se porterà avanti un’iniziativa unilaterale. Netanyahu ha dato mandato a uno dei suoi consiglieri più fidati, il capo del Mossad Yossi Cohen – c’è chi ne parla come il suo possibile erede politico – di calmare gli spiriti nel mondo arabo. Q

uesti si è incontrato già diverse volte con il Capo dei servizi segreti egiziani Abbas Kamel e c’è chi riferisce di trattative sottobanco per cui le voci di condanna non avranno conseguenze drammatiche a livello delle relazioni bilaterali, un po’ come avvenne dopo lo spostamento dell’Ambasciata Usa a Gerusalemme due anni fa.

Avi Kochavi

Al contempo, ieri il Capo di Stato maggiore Avi Kochavi ha allertato sulla possibilità di aumentare il dispiegamento delle forze al confine con la Striscia di Gaza, se Hamas dovesse riprendere le proteste violente.

A metà maggio il presidente palestinese Abu Mazen aveva annunciato la fine della cooperazione con Israele, una minaccia che era stata ventilata già altre volte in passato. Questa volta però si è riscontrato un rallentamento nel coordinamento ufficiale con le forze di sicurezza israeliane, anche se sul campo un certo grado di collaborazione è ancora in atto, attraverso la mediazione di comitati civili locali nominati dalle forze di polizia palestinese.

Lavoratori palestinesi continuano a entrare quotidianamente in Israele e i permessi speciali di ingresso, soprattutto per trattamenti medici, vengono ora gestiti dalle singole persone direttamente con il Cogat (l’organo di coordinamento dell’attività israeliana nei Territori), senza l’intermediazione dei funzionari palestinesi. Lo scenario peggiore che paventano gli oppositori dell’annessione è che l’Autorità Nazionale Palestinese collassi e a quel punto Israele sarebbe responsabile dell’amministrazione non solo nei Territori C, ma anche B e A, dove vivono 2 milioni e mezzo di palestinesi. Quello che si può affermare con certezza è che la questione palestinese è tornata ora al centro del dibattito israeliano, assopito da anni da uno stallo che ha caratterizzato anche la comunità internazionale.

A Tel Aviv si è tenuta ieri un’altra manifestazione contro l’annessione, questa volta organizzata da fazioni centriste, la cui voce di protesta si aggiunge a quella della sinistra che era scesa in piazza due settimane fa. E lunedì a Gerico, nel corso della prima di una serie di manifestazioni indette dall’Autorità Palestinese, hanno preso la parola anche l’inviato speciale dell’Onu Nikolay Mladenov e diplomatici dell’Unione Europea, Cina, Russia e Giappone per denunciare il rischio che una mossa unilaterale israeliana potrebbe avere sugli equilibri regionali.

Per tutte queste ragioni, al momento l’ipotesi più probabile su cui puntano gli analisti è che Netanyahu alla fine si accontenterà di una dichiarazione simbolica soltanto: estensione della sovranità solo sulla Valle del Giordano, un’area a maggiore interesse geostrategico, ma dove si trovano invece pochissimi insediamenti.

Oppure estensione a uno o due blocchi di insediamenti intensamente popolati, di quelli che anche negli accordi falliti nel passato, da Camp David ad Annapolis, sarebbero comunque sotto giurisdizione israeliana, come Gush Etzion o Maalè Adumim, nei pressi di Gerusalemme.

Gush-Etzion

In ognuna di queste ipotesi, oltre alla valenza simbolica, a livello pratico le implicazioni sarebbero principalmente legate allo status giuridico dei cittadini israeliani negli insediamenti, che a oggi formalmente sono sottoposti all’autorità dell’Amministrazione Civile – organo del Ministero della difesa – e che passerebbero alla giurisdizione dei singoli ministeri israeliani.

Un’annessione simbolica e circoscritta eviterebbe in questa fase anche di affrontare un’altra questione spinosa: che status dare agli abitanti palestinesi di quelle aree, ovvero se offrire loro la residenza con la possibilità di fare domanda di cittadinanza, così come accaduto per i palestinesi di Gerusalemme Est e i drusi delle Alture del Golan quando Israele estese la propria sovranità su quelle aree rispettivamente nel 1967 e nel 1981.

  (Repubblica)

 

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