Domani è un altro giorno
Ma non per le donne…

 

di Elena Loewenthal –

Domani, anzi oggi, è un altro giorno. Usciamo ufficialmente da interminabili settimane di reclusione. Ci usciamo tutti, chi più, chi meno. Meno di tutti sicuramente le donne, che tornano a una vaga parvenza di normalità con molti dubbi, qualche sconfortante certezza e tanti ostacoli in più. Dai primi di marzo, infatti, per gran parte delle donne italiane si tratta di fare i conti, oltre che con tutto il resto, anche con una specie di inquietante distopia. Come se fossimo tornate indietro in un tempo oscuro che credevamo di esserci lasciate definitivamente alle spalle e invece non è affatto così.

Elena Loewenthal

È come se le donne avessero acquisito un surplus di invisibilità, durante la pandemia. Presenti eccome nelle corsie degli ospedali, nei laboratori, nei centri di ricerca. Ma invisibili, anzi inesistenti nelle commissioni di esperti, nelle task force, ai vertici del potere che governa l’emergenza. Come se le donne sapessero meno degli uomini, come se non avessero competenze indispensabili, come se si potesse fare a meno di loro per decidere cosa e come fare durante la pandemia.

E’ terribilmente deprimente, tutto ciò. Dal 4 maggio si è tornati  al lavoro. Chi, però? Per lo più uomini, e cinquantenni. Perché? Semplice: perché come si fa a uscire di casa e tornare sul posto di lavoro, se si è una madre con dei figli piccoli, o anche soltanto in età scolare? Si potrebbe ricorrere alla rete di famiglia, per chiedere soccorsi. Ma con il virus in circolazione, chi ha cuore di mettere a rischio una madre magari anziana perché guardi i bambini?

Certo, è previsto un bonus baby sitter. Ma bisogna avercela già, la baby sitter, e che sia disponibile. Ben venga in questa emergenza ogni supporto economico, ma affidare i propri figli in custodia a qualcuno non è un meccanismo automatico, facile da mettere in moto all’istante. E così, la ripartenza per molte donne è a marce ridotte, come una jeep che singhiozza su una strada di montagna, dissestata e in ripida salita.

Molte di loro saranno costrette a rimanere a casa, anche se il lockdown è finito. Ma in fondo è bello stare a casa con i bambini. Avere i propri figli sott’occhio da mattina a sera è un po’ come conoscerli di nuovo, e di più. Un po’ meno bello è stare a casa per chi invece dei figli (o oltre a loro) ha fra le mura un mostro. Uno di quei tanti mariti e compagni che le donne le maltrattano e non di rado le uccidono pure. Dall’inizio della reclusione collettiva è successo molte volte: ovviamente più del solito, perché la società non offriva più a queste vittime nessuna via di scampo.

Chiuse in casa ventiquattro ore su ventiquattro, a tu per tu con il mostro, più vulnerabili che mai. Come Gina, Viviana, Bruna e tante altre: solo a marzo undici donne sono state ammazzate dai loro partner dentro casa – a botte, a colpi di pistola, strozzate. Messe con le spalle al muro da questi drastici passi indietro, quest’oggi noi donne italiane andiamo incontro alla Fase 2 con la certezza che ci toccherà ancora una volta prendere la rincorsa e gettare il cuore – e la testa – oltre tanti, troppi e vecchi ostacoli.

 

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