E i carabinieri “vivono” la Shoah

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La senatrice Liliana Segre ha accompgnati i carabibieri al Binario 21 a Milano

 di Andrea Galli –

I vagoni che portavano ai lager sono bassi e stretti, e anche a entrarci da soli, tenendosi attorno dello spazio, sostare a lungo, uscire, tornare dentro di nuovo — e magari averlo già fatto in passato e rifarlo in futuro —, è difficile, anzi impossibile capire che cosa davvero sia stato. In questi vagoni, adesso fermi per sempre e innocui al Memoriale del Binario 21, sotto la stazione Centrale, «non c’erano luce, acqua e cibo; c’era soltanto un secchio, un secchio per tutti, un secchio che debordava e spegneva da subito la dignità personale» dice la senatrice a vita Liliana Segre, sopravvissuta ai treni e ai campi di concentramento, accompagnatrice d’eccezione in questo pomeriggio storico per i carabinieri: è la prima visita istituzionale dell’Arma in gruppo, 130 militari la maggioranza dei quali giovani, per due ore immersi in un luogo necessario ma gravato, vergognosamente, dalla disattenzione di una Milano che, esempio fra i tanti, non posiziona cartelli all’interno dello stesso scalo e annunci nelle strade del quartiere, tanto che ci sono residenti che addirittura ignorano il luogo.

Andrea Galli

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Dimenticare, nascondersi nell’indifferenza, fregarsene. L’Arma è abituata a non personalizzare, però resta innegabile, in quanto dato oggettivo e a maggior ragione senza richieste di enfatizzarlo, che questa visita segnerà il mandato del comandante provinciale, il colonnello Luca De Marchis. Dopo l’intervento nell’auditorium di Roberto Jarach, presidente della «Fondazione Memoriale della Shoah», De Marchis invita suoi carabinieri a «lasciare libera la mente e approfittare di questo momento». Non parla da comandante, o almeno non unicamente: sembra più il consiglio di un padre appassionato.

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Il colonnello introduce Liliana Segre, nel rumore dei treni dei pendolari e dell’Alta velocità in movimento nella stazione Centrale, e la senatrice a vita ha questo dono straordinario, perfino anacronistico nell’era delle conversazioni via chat e della Storia tolta dall’esame di Maturità, come conferma chi già l’ha ascoltata: non vorresti che smettesse di raccontare.

Liliana Segre ricorda la cattura, l’iniziale trasferimento nel carcere di San Vittore, ricorda gli ultimi gesti di umanità ricevuti dal prossimo — allora furono poche mele e una piccola sciarpa donate dai detenuti che altro non possedevano —, ricorda l’ingresso nei treni qui in Centrale, ricorda la lacerante presa di coscienza da parte dei genitori di non riuscire ormai più a proteggere i propri figli, di non potere nemmeno farsi ammazzare pur di consentire loro di fuggire: “Io ero una figlia, e sarò per sempre convinta che non avrei potuto farlo da madre. Mai».

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Non ci sono domande nell’auditorium, con pochi ingressi soltanto da un lato, realizzato nel punto più basso del Memoriale; i carabinieri si alzano, salgono in superficie e partecipano alla visita, entrano in quei vagoni, vedono scorrere l’elenco dei deportati, ascoltano il Silenzio suonato in onore (anche) dei carabinieri deportati, di quelli deceduti e di quelli capaci di resistere — a volte una semplice fortuna toccata ad alcuni anziché ad altri, ripete Liliana Segre — , come il maresciallo Enrico Sibona, il comandante della stazione di Maccagno in provincia di Varese, che salvò ebrei e, scoperto, fu preso prigioniero e internato.

Succedeva oltre settant’anni fa. Liliana Segre, di anni ne ha ottantotto. E non si stanca, non si ferma, non cede. Ha ricevuto dal Capo dello Stato Sergio Mattarella la promessa che verrà in visita. Vorrebbe che un giorno venisse anche Papa Francesco. La speranza è che la città non si accorga dell’esistenza del Memoriale soltanto quando ci saranno ospiti d’onore, con l’inevitabile corsa a mettersi in prima fila per le telecamere.

  (Corriere della Sera)

 

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