E per Corrado Augias
la guerra dei sei giorni
fu “una vittoria maledetta”

Carri armati dell’esercito israeliano avanzano nella penisola egiziana del Sinai durante la Guerra dei Sei giorni

di Corrado Augias

Caro dottor Augias, lo Stato d’Israele sta per compiere un ‘operazione in conflitto, con due risoluzioni Onu e il diritto internazionale. Le risoluzioni gli imponevano di ritirarsi dai territori palestinesi occupati nel ’67; il diritto internazionale vieta di annettere un territorio occupato militarmente. Il governo israeliano sta per annettere gran parte del territorio della Cisgiordania, dove si sono insediati quasi 700 mila coloni. Nel silenzio della comunità mondiale, a cominciare dall’Ue. L’altro tema riguarda una diversa linea politica che alcuni lettori credono di vedere nel giornale dopo l’avvento del dottor Molinari In un’intervista a Rai3 questi ha affermato che la distinzione destra-sinistra apparterrebbe al secolo scorso mentre ora il confronto è tra innovazione e conservazione. Non crede che sia un grave scostamento dalla linea del giornale dalla sua fondazione? La cultura politica di Repubblica come lei stesso ha scritto, nasce dal liberal-socialismo dei fratelli Rosselli, da Gobetti, sfiora Gramsci. Che fine ha fatto? (Salvatore Tassinari, Firenze)

Corrado Augias

Sul primo punto sono d’accordo con il signor Tassinari: il governo Netanyahu recentemente riconfermato — anche se in alternanza coni Blu e Bianco (colori della bandiera d’Israele) di Benny Gantz e Yair Lapid (Lapid ha lasciato Blu E Bianco dopo il governo di unità nazionale ndr) — ha impresso una linea aggressiva alla politica israeliana rafforzatasi dopo l’appoggio ricevuto dal presidente americano Trump. Vedremo cosa succederà quando il ruolo di primo ministro passerà dal primo al secondo.

Netanyahu e Gantz

Non credo che ci saranno grandi novità, la situazione nei territori della Cisgiordania è così compromessa e intricata che pensare di tracciarvi una linea di confine, in obbedienza al principio “due popoli due Stati”, sia ormai quasi impossibile.

Così crede anche il grande scrittore israeliano Abraham Yehoshua che non molto tempo fa ha definito quel progetto ormai irrealizzabile. Un recente saggio di Ahron Bregman spiega bene in che modo questo perverso meccanismo s’è attuato. L’idea iniziale era che quelle terre sarebbero state tenute fino a quando gli arabi non avessero riconosciuto il diritto d’Israele a esistere in pace. La si definì una “occupazione illuminata”.

In realtà un’occupazione di quel tipo non esiste; scrive Bregman: “I rapporti tra occupante e occupato sono sempre basati su paura e violenza”. Per molti amici di Israele e fervidi sionisti, compreso chi scrive, la vittoria del ’67 è stata un momento di autentica gioia. La foto dei parà israeliani guidati da Moshe Dayan che arrivano al Muro del Pianto rappresentò l’apice del coinvolgimento emotivo. Alla prova dei fatti, si è dovuta cambiare opinione. Non a caso Bregman titola il suo saggio La vittoria maledetta.

Un giudizio che condivido. Come ha detto David Grossman: «Una società ubriaca di potere diventa aggressiva, all’esterno ma anche all’interno». Non è rimasto molto per la seconda questione della lettera. Non credo che la linea enunciata da Molinari tradisca la linea del giornale se si integra la contrapposizione “innovazione/ conservazione” con l’altra sulla quale Repubblica è molto attenta: “Uguaglianza/diseguaglianza”. Su queste due coppie di opposti si misura oggi la capacità d’una sinistra liberal-socialista di leggere il mondo.

  (Lettera/Repubblica)

 

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