Ebrei in Calabria: le tracce archeologiche dall’espulsione alla modernità

 

di Gennaro Avano

 

Dopo la morte di Alfonso I, nel 1458, con la nuova scissione tra la Sicilia “di qua” e “di la del faro”, ovvero il regno peninsulare e insulare, le condizioni degli ebrei cominciarono a risentire di una, in principio latente, intolleranza istituzionale che si concluderà con il noto decreto di espulsione del 1492.

Dalla Sicilia quindi la numerosa comunità siracusana si trasferì a Reggio, pur mantenendo relazione con i conversi rimasti nell’Isola. La situazione favorevole del Continente durò naturalmente fino a quando anche il Meridione peninsulare capitolò alle brame spagnole e, già nel 1510 (prima del decreto definitivo del 1541) tutti gli ebrei furono allontanati dalla Calabria.  Alcuni si ricollocarono a Napoli, molti raggiunsero lo Stato Pontificio e numerosi altri ritrovarono la direzione delle remote origini ripartendo alla volta della Grecia e stabilendosi in gran numero a Salonicco e a Costantinopoli.

Accurati studi condotti dai grandi cultori dell’ebraismo meridionale ci consegnano, relativamente a quell’evo, la cronaca di numerosi nomi, professioni e luoghi. Non ci soffermeremo su tali specificità ricordando soltanto che cinquanta anni ancora durò una condizione sostenibile che si era gravemente incrinata, nel 1501, con la destituzione di Federico di Aragona Napoli da parte del cugino “ Cattolico” di Spagna. La perdita dello status di indipendenza sostituito con quello di viceregno, provocò un decadimento generale sul piano economico; esso provocò anche l’impossibilità di autodeterminarsi sicché tutte le decisioni, nello specifico antiebraiche, furono tutte esclusivamente determinate dai sovrani e dai vicerè spagnoli.

Nel 1541, gli ebrei ufficialmente sparirono dal territorio del viceregno e dalla Calabria, per tornare nella provvisoria e tragica circostanza degli internamenti di Ferramonti in seguito alle leggi razziali del ventennio.
Pertanto nel nostro tempo, esclusa la comunità di Napoli, sussistono nel Meridione e in Calabria soltanto presenze sporadiche, tal volta individuali. Nel trascorrere dei cinquecento anni che ci separano dalla fatidica espulsione questa presenza ebraica meridionale, che fu non solo diffusa ma anche molto antica, specialmente in riferimento alla Calabria è stata gravemente obliata, dapprima intenzionalmente, poi per naturale dimenticanza.

(Gennaro Avano)

Ciò nonostante oggi i segni del lungo evo semita emergono con rinnovato vigore. Sembra quasi che queste tracce abbiano atteso il tempo giusto per portarsi alla nostra attenzione, ripristinando un legame che – a torto – si credeva smarrito per sempre. Nuove ricerche, recenti scoperte, che avvengono spesso in modo semplice, cioè senza particolari ingegni, testimoniano la diffusione di quelle comunità e offrono in gran copia segni che pure sembrano avere perduto l’organicità per la determinazione di una collocazione certa.
Tuttavia ciò che più conta è che nulla hanno potuto cataclismi geologici come terremoti, frane e alluvioni, per estinguere queste tracce, pure ormai sparse. Esse non sono sparite e ciò, forse, in ragione della quantità e della diffusione che il semitismo ebbe in questo territorio.

A questo però vogliamo anche aggiungere che il medesimo oblio perseguito dall’ultra-ortodossia cattolica iberica, non ha potuto neppure cancellare completamente le pratiche semitiche in seno alle comunità che, per sopravvivere, si dissero converse.
La moderna ricerca antropologica, collegata a quella – ancor più recente -archeologica, dà ragione a questa nostra linea e l’elemento cripto-giudaico emerge oggi più chiaramente a partire dal riconoscimento di strutture architettoniche trasformate in chiese, che conservano i segni dell’antica natura di sinagoghe.

Non sono pochi dunque coloro i quali in ragione di una evidenza che si configura ogni giorno più nettamente, guardano diversamente le narrazioni mitologiche come quella precedentemente riferita di Aschenez che fonda Reggio Calabria. E questo perché, a partire dalla cognizione offertaci da Strabone, che parla di una presenza così diffusa da non esserci luogo ove non insistesse una comunità ebraica, l’ulteriore cognizione che sancisce un legame straordinariamente remoto è il cosiddetto “argomento a silentio” di cui apprendiamo su Calabria Judaica. Stante cioè l’evidenza della diffusione, non si cita mai storicamente un approdo degli ebrei nell’Italia Greca (a parte il mito di Aschenez e il passo del Talmud). Pertanto l’ebraismo meridionale è necessariamente antico tanto quanto la presenza di altre etnie, come quella fenicia e poi greca, con la differenza che essa resta incontaminata e identificabile fino al 1541.

D’altronde l’inizio di una consapevolezza pare emergere qua e la in articoli che restituiscono quantomeno la memoria, senza mai cogliere, per la verità, ciò che di vivo resta nel Meridione contemporaneo, e non sempre accettando l’idea di un’imprecisione in quella informazione su una presenza semita solo successiva al 70 e.v.
Pertanto, circa le tracce del più remoto ebraismo nell’Italia greca tornano utili gli aspetti antropologici del territorio che colmano ciò che non si evince dalle prove documentali (Cfr. Elisabeth Grosso-Huerzeler e Maja Domanico-Held in gazzettasvizzera.org del 27 marzo 2018). Ecco allora che, portando lo sguardo sui territori attuali, viene spontaneo un focus sulla coltura del cedro che riguarda la fascia costiera a 70 km a nord di Cosenza, riferita a un tratto di litorale denominato, non a caso, Riviera dei Cedri.
Le origini del cedro, primo agrume coltivato nell’area del Mediterraneo, non sono note, si ritiene che la diffusione passi da oriente innanzitutto in Grecia e poi in Italia, luogo in cui il merito dell’acclimatamento viene attribuito dagli studiosi ai fondatori delle città di Metaponto, Sibari e Crotone, le colonie elleniche cioè che ci riportano ai luoghi del pitagorismo.
Nell’XI e XII secolo fu la notissima Scuola Medica Salernitana a riconoscere il valore officinale e, anche parlando di questo ambito, vedremo, ci si riferisce necessariamente alla tradizione ebraica.

Ivi dunque ogni cosa rimanda al cedro, a partire dai nomi dei comuni che sono Cetraro, Diamante (come una qualità di cedro), Santa Maria del Cedro, appunto, e se la coltura deve la sua fortuna ad una perfetta condizione climatica, la diffusione è dovuta alla scelta di quegli antichi esperti che, anche in questo campo, non potevano che essere semiti i quali nel Pentateuco annoverano ben settanta volte il frutto.

Schiere di rabbini dunque ogni anno, tra luglio e agosto, accorrono per selezionare, presso il contadino cui hanno affidato l’appalto, quel Liscio diamante, simbolo di perfezione, che occorre alla celebrazione della Sukkoth, la Festa delle Capanne.
Il rito si ripete da secoli e i religiosi che si tramandano la tradizione del viaggio vengono ancora personalmente in questa porzione di Calabria tirrenica a raccogliere i frutti utili all’evento religioso.

Proprio in virtù di questo profondissimo legame che, come ebbe a ricordare il rav Elio Toaff, esiste ininterrotto dall’ XI secolo, s’impone oggi una nuova consapevolezza che, ci auguriamo, conduca all’intensificazione delle relazioni culturali utili anche a ritrovare la radice più autentica del territorio.
Concludiamo pertanto ricordando che quando la Riviera vide una grave contrazione della coltura, in forza di una tragica concorrenza proveniente da paesi con produzioni più economiche, e meno pregiate, fu proprio l’antica affezione del mondo ebraico a salvare questa coltivazione e, con essa, la provata economia del territorio (Cfr Laura Gambacorta in spaghettitaliani.com).

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