“Ebreo, denaro, mito”
Una mostra per esorcizzare
gli stereotipi dell’antisemitismo

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di Antonello Guerrera –

Nell’edizione del 1933, alla voce “jew”, “ebreo”, stando all’ Oxford Dictionary il verbo “to jew” significava “imbrogliare”, “raggiungere uno scopo con l’inganno”. Non è una bufala, ma il primo, prezioso reperto della mostra Jew, Money, Myth (“ebreo, denaro, mito”), al Jewish Museum di Londra fino al 17 ottobre. Una rassegna piccola ma rara, che seziona, dipana ed esorcizza tutti gli stereotipi negativi associati al popolo ebraico nei secoli, dai trenta denari di Giuda Iscariota all’odierno antisemitismo, con l’imprenditore ungherese- americano George Soros accusato di essere un «cospiratore giudeo-massonico che vuole inondare l’Occidente di immigrati per i suoi lucrosi piani ». Stupidaggini, ovviamente, ma sempre più inquietanti. Perché l’odio contro gli ebrei deriva anche dal fatto che spesso nella Storia sono stati associati a una opulenta avidità.

Antonello Guerrero

Antonello Guerrero

Perciò il viaggio di Jew, Money, Myth è di pregiata importanza, attraverso oggetti e reperti storici che hanno incarnato il sospetto, le discriminazioni, l’odio nei confronti degli ebrei «ricchi, avari e sanguisughe», come li hanno definiti i loro nemici nei millenni. Ma perché? Le radici sono da ricercare nella Palestina dell’Impero Romano e nelle Sacre Scritture cristiane ed ebraiche. È proprio il “conflitto” tra queste due grandi religioni, esploso dal Nuovo Testamento in poi, che partorisce un mostro millenario: dai mercanti nel Tempio cacciati da Gesù fino a Giuda, tenebroso come nel Rembrandt della National Gallery.

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Eppure l’associazione ebrei-denaro è stata fuorviante sin da duemila anni fa: certo, le monete (presenti nella rassegna) sono state decisive nello sviluppo della comunità ebraica nella Palestina romana ma perché utili a livello sociale. I soldi sono più intessuti nella religione ebraica che in altre (vedi il concetto di “mammon”, “ricchezza” usato dai primi rabbini) purché servano Dio e la comunità.

Ma soprattutto, come racconta la mostra attraverso per esempio la lettera di un cieco egiziano dell’XI secolo, il denaro è la base della carità, pilastro fondamentale della religione e della società ebraica. Come notò l’imperatore romano Flavio Claudio Giuliano (331-363 d.C.) «nessun ebreo ha bisogno di mendicare».

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Ma il “grande scisma” – come ripercorre la rassegna dalle prime raffigurazioni antisemite ( Exchequer receipt roll , 1223) fino a quelle del Quattrocento che ritraggono le false e strumentali accuse per l’omicidio di Simonino da Trento – avviene quando nel XII secolo il cristianesimo si abbandona a una catarsi di morigeratezza e culto della povertà.

 

Gli ebrei non si convertono, né cambiano le loro tradizioni, e per questo iniziano a essere sempre più detestati, oltraggiati. Nasce il mito negativo dell’ebreo usuraio anche se, come dimostra la rassegna, sono stati a lungo di numero inferiore rispetto a cristiani e altre comunità.

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Di qui, attraverso danarosi giochi da tavolo con il tropo dell’ebreo assetato di denaro, ritratti dei Rothschild e copie dei velenosi Savi di Sion , si arriva all’ambigua figura di Shylock, alle paradossali statuine degli “ebrei fortunati” in Polonia, fino alla filantropia degli ebrei americani nel XIX e XX secolo, al capitalismo, al neoliberalismo, a Soros e dunque agli ebrei oggi nuovamente capro espiatorio, come avvenne in un altro periodo di profonda crisi economica come negli anni Trenta. Ma l’affascinante essenza di questa mostra è proprio la demistificazione degli stereotipi e dei pregiudizi, per dividere così, una volta per tutte, il mito dalla realtà.

(Repubblica)

 

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