Gaza, l’isola che non c’è

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Il progetto dell’isola artificiale al largo della costa di Gaza

“Sono profondamente convinto che questo disimpegno rafforzerà Israele nel mantenimento della terra necessaria alla nostra esistenza e sarà apprezzato da tutti, vicini e lontani, ridurrà l’odio, romperà assedi e boicottaggi e favorirà la pace con i palestinesi e gli altri nostri vicini”. È così che l’allora primo ministro israeliano Ariel Sharon presentava, nel 2004, il suo piano per il disimpegno totale dalla striscia di Gaza. Quattordici anni dopo sappiamo che le cose non sono andate, a dir poco, come previsto da Sharon.

Ariel Sharon

Ariel Sharon

Lo scorso fine settimana, Israele è stata colpito da una raffica di centinaia di ordigni lanciati dalla striscia di Gaza controllata da Hamas. L’aviazione ha reagito, dando luogo a uno schema che abbiamo visto all’opera più e più volte, da quando Israele ha completamente lasciato Gaza nel 2005, con l’avvicendarsi di continui alti e bassi nel livello di lanci di razzi e ordigni.

Negli ultimi tre mesi, da quando è stata lanciata la cosiddetta “marcia del ritorno”, si è avuto un costante aumento degli attacchi da Gaza contro Israele, con migliaia di ettari di territorio israeliano bruciati dagli aquiloni incendiari e raffiche di razzi seguite da cessate il fuoco fin troppo brevi.

Razzi palestinesi lanciati sabato scorso da Gaza verso Israele

Razzi palestinesi lanciati da Gaza verso Israele

Gli israeliani che vivono in tutta la regione attorno alla striscia di Gaza sono ancora una volta costretti a correre al riparo nei rifugi. C’è un frustrante senso di déjà vu dei prodromi delle scorse operazioni che le Forze di Difesa israeliane sono state costrette a compiere a Gaza. Sono passati quattro anni dall’operazione anti-Hamas dell’estate 2014, e sembra quasi inevitabile che ve ne debba essere un’altra analoga.

Hamas

Non c’è il minimo dubbio sul fatto che Hamas, l’organizzazione dispotica e teocratica che comanda a Gaza, è la prima e principale responsabile delle violenze periodicamente scatenate contro civili e militari israeliani, e delle penose condizioni in cui vivono gli abitanti di Gaza. Tuttavia, ciò non significa che il governo israeliano non debba cercare nuovi modi per imprimere un cambiamento. Sebbene la maggior parte delle promesse del disimpegno siano andate disattese, ciò non vuol dire che gli israeliani debbano essere condannati a vivere per sempre sotto il fuoco di razzi e a combattere sempre la stessa mini-guerra ogni pochi anni.

Iron Dome

Il sistema anti missilistici Iron Dome

Dal 2005 Israele reagisce agli attacchi di Hamas e Jihad Islamica il più delle volte adoperandosi affinché le cose non degenerino in un’escalation eccessiva, e devolvono sempre più risorse nei dispostivi difensivi, come le batterie anti-missile “Cupola di ferro” e il rafforzamento anti-razzo di rifugi ed edifici in tutta l’area attorno a Gaza, apparentemente senza un piano o una strategia globale anti-Hamas.

Naftali Bennett

Naftali Bennett

La questione è complessa ed è assai improbabile che si possa trovare una soluzione radicale in grado di risolvere i problemi che Israele deve affrontare con Gaza, ma sarebbe ora di prendere l’iniziativa e tentare qualcosa di diverso. Domenica mattina il ministro dell’istruzione Naftali Bennett (Bayit Yehudi) ha chiesto una risposta militare su vasta scala agli attacchi da Gaza. Sembrerebbe una riedizione di ciò che succede ogni pochi anni, ma se l’obiettivo strategico fosse qualcosa di più della semplice “tranquillità per un po’ di tempo”, forse potrebbe rompere lo schema ripetitivo.

In caso contrario, c’è da chiedersi se gli israeliani siano disposti a subire di nuovo considerevoli perdite fra i soldati, come nell’estate 2014, solo per vedere la situazione che si ripete dopo pochi anni.

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Abu Mazen

Altri, dall’opposizione e nella comunità internazionale, invocano massicci aiuti umanitari allo scopo di migliorare la qualità della vita degli abitanti di Gaza, in base alla teoria che ciò farebbe diminuire il terrorismo. In realtà, nulla prova che questa correlazione abbia mai funzionato nella striscia di Gaza controllata da Hamas (né si può dimenticare che il presidente dell’Autorità Palestinese Abu Mazen si oppone con forza a questi aiuti umanitari nel timore che rafforzino i suoi rivali di Hamas). Tuttavia non sembra che vi sarebbero grandi svantaggi, a condizione che Israele possa garantirsi che gli aiuti non vengano utilizzati per preparare e condurre attacchi.

epa04938852 A Palestinian youth stands at the entrance to a tunnel on the Gaza side after Egyptian forces flooded smuggling tunnels beneath the border to the Gaza strip, in Rafah, southern Gaza Strip, 19 September 2015. The Egyptian army has begun to pump water from the Mediterranean Sea into underground smuggling tunnels connecting Sinai with the Gaza Strip, security officials and eye witnesses reported on 18 September 2015. Gaza, administered by the Islamic Hamas movement, remains under a tight blockade imposed by Israel and Egypt.  EPA/MOHAMMED SABER

Un tunnel di Hamas scavato in una scuola Unrwa

In effetti, esiste una scontro all’interno di Hamas, come riportato da Khaled Abu Toameh sul Jerusalem Post la scorsa settimana, tra l’ala del rifiuto, preoccupata che accettare le offerte di aiuti occidentali possa indebolire il controllo da parte del gruppo terrorista islamista (cosa che sarebbe solo positiva per Israele), e l’ala di coloro che temono che gli abitanti di Gaza finiscano per rivoltarsi se Hamas non farà qualcosa per migliorare la loro vita.

Israel Katz

Israel Katz

Esistono poi altre idee, come quella del ministro dei trasporti e dell’intelligence Israel Katz di fare appello a partner internazionali per costruire un porto su un’isola artificiale al largo della costa di Gaza allo scopo di alleviarne le questioni umanitarie e affrancare Israele dalle responsabilità che gli vengono attribuite. (Di recente il ministro della difesa Avigdor Lieberman ha proposto di usare a questo scopo un porto di Cipro, previo accordo con quel paese.) L’anno scorso, Katz ha sostenuto in un’intervista al Jerusalem Post che la sua è “l’unica vera idea” per fare progressi nella situazione a Gaza. “Il resto – ha detto – è solo contenimento”.

Ognuna di queste idee presenta vantaggi e svantaggi, ma hanno il vantaggio di essere qualcosa di diverso dalla semplice “gestione del conflitto” che in effetti, dopo tredici anni di ripetizione dello stesso copione, sembra diventata una non-gestione.

(Jerusalem Post, Israelenet)

 

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