Gino, il campione Giusto
Venti anni fa moriva Bartali  

di Giorgio Viberti

Un grande campione e uno straordinario personaggio. Vent’anni fa, il 5 maggio 2000, ci lasciava per un attacco cardiaco Gino Bartali, fra i più forti corridori nella storia del ciclismo, che divise l’Italia per la rivalità con Fausto Coppi e rivelò in seguito anche insospettate qualità umane e morali.

Giorgio Viberti

Fiorentino di Ponte a Ema, vinse tra l’altro 3 Giri d’Italia, 2 Tour de France, 4 Milano-Sanremo e 3 Giri di Lombardia malgrado la Seconda Guerra Mondiale lo avesse privato degli anni migliori. Carattere sanguigno e lingua sciolta (famoso il suo «l’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare»), quando già stava dominando il ciclismo mondiale trovò lungo la strada un suo alter ego nel più giovane (di 5 anni) Coppi, il futuro Campionissimo, di fronte al quale però non abbassò mai la guardia. Erano le due facce di una stessa medaglia. Gino ciarliero e vulcanico, dal fisico d’acciaio nonostante amasse la buona tavola, il vino e le sigarette, detto “il pio” per la fede cattolica, rigoroso interprete dei valori religiosi e della famiglia.

Timido e introverso era invece Fausto, il primo grande campione a imporsi diete e comportamenti rigorosissimi, eppure “scandaloso” per la sua storia extraconiugale con la Dama Bianca, e poi vulnerabile nello spirito e nel fisico fino alla morte prematura. Eppure la vita di Bartali fu spesso parallela con quella di Coppi. Nel 1940 proprio Gino volle il giovane Fausto nella Legnano, la squadra nella quale era leader e aveva già conquistato due Giri e un Tour. Poi però – per una serie di disavventure – finì per aiutare il gregario e futuro avversario a conquistare a soli 20 anni la Corsa Rosa.

Una foto che è la storia del ciclismo, il passaggio della borraccia tra Bartali e Coppi

Più o meno lo stesso avvenne nel Tour de France 1952, al quale entrambi parteciparono come compagni nella squadra nazionale: trionfò di nuovo Coppi, ma ancora con l’aiuto di Bartali. Emblematica in quell’occasione fu la famosa foto di Gino e Fausto che sul Galibier si passano la borraccia. Molto si discusse su chi l’avesse passata a chi.

Qualcuno ipotizzò anche una trovata ad arte, una sorta di fair play ante litteram, per alimentare la rivalità tra due campioni e due Italie diverse. E loro, i due attori protagonisti, stettero sempre al gioco, mai rivelando la verità pur rivendicando, ma sotto voce e quasi ridendo, la paternità del gesto. Rivali legati a filo doppio e in fondo amici, forse perché colpiti entrambi da uno stesso tragico destino, la morte per un incidente in gara di un fratello minore – Giulio per Gino e Serse per Fausto – tanto che avevano pensato al ritiro prematuro dalle corse.

Per fortuna non andò così e Coppi decise di chiudere la carriera a 40 anni proprio nella squadra diretta da Bartali, che si era ritirato qualche stagione prima, lui pure a quell’età: e non poté ritrovare il suo amico-rivale solo perché stroncato da una malaria non diagnosticata. La storia di Bartali, però, ha vissuto altri due momenti straordinari senza Coppi al fianco. Il primo cominciò il 14 luglio 1948, quando l’attentato a Palmiro Togliatti, segretario del Partito Comunista, precipitò l’Italia nel caos col rischio di una guerra civile.

In quei giorni Gino, a 34 anni, era al Tour dove aveva già 21′ di ritardo dalla maglia gialla Luison Bobet. Il premier democristiano Alcide De Gasperi in persona gli telefonò per scongiurarlo di tentare una disperata rimonta che forse avrebbe dirottato l’attenzione degli italiani dalla politica al ciclismo, sport popolarissimo. Bartali ubbidì e sulle Alpi fece il miracolo, malgrado non avesse una squadra all’altezza (Coppi non c’era) e dovesse lottare anche contro l’ostilità dei francesi dopo la Guerra. Nella Cannes-Briançon controllò sul Vars e poi attaccò sull’Izoard (dove è ricordato con una stele), avvicinando Bobet in classifica.

Gino Bartali, cittadino onorario d’Israele

E il giorno dopo, con Lauteret, Galibier, Croix de Fer e altre due salite, vinse nuovamente e indossò la maglia gialla che portò fino a Parigi, trionfando con oltre 26′ sul belga Schotte. Al ritorno in patria Gino fu ricevuto con tutti gli onori dallo stesso De Gasperi, che gli chiese cosa avrebbe voluto in cambio della sua impresa: «Non pagare più le tasse!», rispose lui con la solita franchezza. Ma un’altra impresa, questa volta solo per metà sportiva, ha eternato Bartali nella storia. Gino, devoto cattolico (nel 1937 era diventato terziario carmelitano col nome di Fra’ Tarcisio di Santa Teresa di Gesù Bambino), dopo l’occupazione tedesca in Italia nel settembre del 1943 si prestò come corriere della Resistenza ed ebbe un ruolo fondamentale nel salvataggio di oltre 800 ebrei: abituato in allenamento a coprire grandi distanze, fece più volte la spola tra Firenze e Assisi nascondendo documenti falsi nel telaio e nella sella della bici.

Fu spesso fermato e perquisito, una volta anche arrestato, ma sempre se la cavò dicendo che lui era Bartali, che si doveva allenare per tenere alto il blasone dell’Italia. E non disse mai nulla, neanche in famiglia, di quella sua attività clandestina: furono alcuni ebrei salvatisi grazie a lui a rivelarlo successivamente. «Il bene si fa e non si dice – si schermì Gino con i figli increduli -. Certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca». Per questo dal settembre 2013 Bartali è diventato «Giusto tra le Nazioni» per la Yad Vashem, l’Ente nazionale di Gerusalemme per la memoria della Shoah. Sommo campione di ciclismo, ma anche di umanità e di coraggio.

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