Gli ebrei ellenici
di Reggio Calabria

di Gennaro Avano –

Viaggio nel percorso storico antropologico nel Meridione ebraico in cui, negli ultimi anni, stanno riemergendo tante tracce di semitismo dimenticato che inducono a ritenere quella ebraica una cultura fondante come quella greca. Sulla base di queste scoperte tanti stanno ritrovando affezione verso una cultura che scoprono riferibile alla propria origine remota. In qualche modo, coltivare questa consapevolezza può, col tempo, creare una più solida affettività verso Israele, e di Israele verso il nostro sud. La Calabria.

Gennaro Avano

Abbiamo dunque sostenuto l’ellenicità dell’ebraismo calabro, proviamo ora a formulare qualche ipotesi sulla componente ebraica condotta in Italia attraverso il veicolo greco.

Nel merito l’odierna piccola comunità calabrese insiste molto sulla centralità del capoluogo reggino e dalle pubblicazioni presenti in rete traiamo vario materiale per la  ricostruzione sillogistica del nostro percorso.

Dai testi online infatti constatiamo un frequente riferimento all’importanza di Reggio, porto essenziale nel cuore del Mediterraneo, ed è su questo fatto che si consolida l’idea di una comunità di ebrei ellenici, probabilmente non esigua, che vi si stanziò per motivi commerciali.

Partendo da questi presupposti diciamo che se è vero, come spesso ha dimostrato la ricerca, che le leggende hanno un fondamento di verità, nel mondo ebraico ricorre la cognizione che il maggiore centro di Magna Grecia, Reggio Calabria appunto, sia stata fondata da Aschenez, un pronipote di Noé.

A supportare questa leggenda possiamo riferire due citazioni relative una a Giuseppe Flavio (37 e.v. ca. – 100 e.v. ca.) e l’altra a San Girolamo (347 – 420 e.v.) in cui  apprendiamo che “Aschenez instituit Aschenageos qui nunc Rhegini vocantur a Graecis”, cioé, Aschenez diede origine agli Aschenaziti, che ora dai Greci sono chiamati Regini.  e “Aschenas Greci Rheginos vocant”, ovvero “I greci chiamano Ascheni i reggini”

A sostegno di questa rappresentazione il professore. Cesare Colafemmina ricorda attraverso le pagine del saggio Gli Ebrei in Calabria e in Basilicata, come anticipavamo in un precedente articolo,  che il Talmud babilonese in Shabbat 56 b,  cita la Magna Grecia come la terra in cui Dio, quando Geroboamo divise il regno d’Israele dal regno di Giuda, pose “una piccola capanna per accogliere i figli esuli del suo popolo” (cit. Nel giorno in cui Geroboamo portò i due vitelli d’oro, uno in Betel e l’altro in Dan, fu costruita una capanna, e questa si sviluppò nell’ Italia greca).

A conferma del passo del Talmud, e di altre testimonianze che abbiamo visto, abbiamo una cognizione certa sull’ellenofonia della comunità in oggetto, mentre – come vedremo – altre fonti che confermano il ceppo ebraico sono di più recente acquisizione.

Cesare Colafemmina

Per quanto concerne la questione della famiglia askenazita, a sostegno della mitologia fondativa  vengono in nostro supporto studi di grande valore, si tratta cioè di ricerche, tutt’ora in corso di svolgimento, condotte da un giornalista israelo-statunitense, il dottor Joshua Robin Marks, che vanta appartenenza askenazita ed ha avviato un’accurata indagine comparativa tra il proprio DNA e quello delle popolazioni attuali distribuite nel mondo, per ricavare la prossimità geografica più significativa.

E benché anche lui ceda alla vulgata comune secondo cui questa prossimità genetica derivi dalla famosa vicenda dei cinquemila tradotti da Tito direttamente da Gerusalemme, vicenda abbiamo visto, insufficiente a giustificare le singolarità già incrociate e quelle da venire, introduce l’elemento della ricerca genetica in questa storia ( Joshua Robin Marks, Origini degli Ashkenaziti: da Israele all’Italia, dalla Renania all’Europa orientale, in The Times of Israel, 2 ottobre 2019). Gli esiti del lavoro fin ora svolto evidenziano una prossimità genetica, la sua, con i maltesi, i siciliani e con la popolazione dell’Italia meridionale.

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Rappresentata fin qui un’affinità con argomentazioni di carattere concettuale, cioè legate ad un evo in cui le tracce possono soltanto supporsi, giungiamo all’età tardo antica, epoca cui sono invece riferibili materiali tangibili che consentono anche di confermare alcune nostre supposizioni.

Elio Toaff

Per giungere però alla parte oggettuale partiamo dalla voce autorevolissima del fu Rav Elio Toaff il quale sosteneva come tra II e III sec. p.e.v. diverse comunità ebraiche si fossero stanziate nel Meridione d’Italia formando nuclei stabili che, per quanto concerne il versante ionico, erano riferibili alle zone di Metaponto, Sibari e Crotone ( ricordiamo, sede del pitagorismo); inoltre, sul versante tirrenico, a Santa Maria del Cedro (antica Laos)  dove, non a caso crediamo, persiste tutt’ora la tradizione dei rabbini di Israele di recarvisi per prelevare i cedri necessari alla festa del Sukkot di cui parleremo più innanzi.

Una rappresentazione questa che si deve intendere riferita ad una comunità assai fiorente se, come restituiscono i testi, quel benessere fu  motivo di rimostranze da parte delle gerarchie cristiane durante il regno di Onorio. A questo III secolo dunque è riferibile la datazione delle prime testimonianze archeologiche di Calabria e ciò, crediamo,  perché da quel momento venne a implementarsi il numero degli individui in misura tale da lasciare più tracce.

Lo attesta il documento pubblicato dal dottore  Antonio Ferrua il quale, nel 1950, porta alla conoscenza dei contemporanei la prima testimonianza archeologica attraverso le pagine della Rivista di archeologia cristiana XXVI. Si tratta di una ormai celebre lapide di Reggio, con l’incisione ΣΥΝΑΓΩ/ΓΗΤ(ΩΝ)/ΙΟΥΔΑΙ/ΩΝ synagoge ton ioudaion, ovvero, Sinagoga degli Ebrei.

Scorrendo ancora la linea del tempo perveniamo ad ulteriori tracce archeologiche ebraiche in territorio calabro riferibili al IV -V sec. e.v.; sono i reperti di Vibo Valentia costituiti da frammenti di ceramica con impressa la menorah e un’ iscrizione tombale in greco dedicata a un Antioco Samaritano che ad alcuni studiosi ha suggerito l’idea di una presenza samaritana.

Al precedente si sono sommati nel tempo altri reperti, tra i quali piace ricordare la lucerna di fattura africana con la rappresentazione della menorah, legata a una sepoltura rinvenuta presso Motta san Giovanni, un borgo anticamente noto come Leucopetra.

Sinagoga di Bova Marina

Fin qui si trattava comunque di numerosi ritrovamenti sparsi che non consentivano,  per certi versi, di intendere pienamente quanto stabile e numerosa potesse essere la comunità. Tale stato di cose si è protratto almeno fino a quando non siamo pervenuti alla conoscenza della sinagoga di Bova Marina, una struttura emersa negli anni ‘80 da uno scavo di sistemazione del tratto locale della strada statale. Essa è costituita da una bella sala centrale con pavimento a mosaico, in cui è rappresentata una menorah, con un vano più ascosto ove è murata una panca.

Un reperto davvero straordinario e  fondante che viene oggi riconosciuto come la più antica sinagoga dell’Occidente, dopo quella di Ostia Antica. Con queste acquisizioni dunque si consolida il quadro storico di un semitismo calabrese che fino alla metà del secolo scorso  era basato, come abbiamo visto, soltanto su sparute fonti letterarie e qualche toponimo.

Finalmente gli ultimi decenni confermano, attraverso la documentazione archeologica, aspetti che si basavano soltanto sulla tradizione offrendo così un quadro via via più solido relativamente alla presenza ebraica di Calabria.

(7. continua)

 

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