Gli ebrei sul Tevere

Il ghetto ebraico

di Fabio Isman –

“Alla memoria non si comanda, non si costruisce: si auto-mantiene in un posto profondo e segreto della nostra anima”, dice Giulia Mafai, ultima e più piccola figlia di Mario e Antonietta Raphael, famosa scenografa e costumista per i maggiori nomi del cinema italiano, 87 anni portati in modo assolutamente invidiabile. «In età avanzata, mi sono concessa un regalo: ho fatto l’abusiva della scrittura, e ho scritto un librino che considero un atto d’amore, con cui saldo in minima parte il debito morale verso il mio lato ebraico».

Fabio Isman 2

Fabio Isman

Nasce così “Ebrei sul Tevere, storia, storie e storielle”: quasi un racconto per spiegare 2300 anni di storia ad un nipote. Del resto, «sulla divulgazione si gioca una partita assai importante», precisa nella prefazione Gadi Luzzatto Voghera. Tantissimi aneddoti, tantissime usanze remote, tantissimi dettagli. Dai tempi felici, quando Roma aveva 17 sinagoghe, e tutti gli ebrei in lacrime (giunti nell’Urbe almeno nel 139 a.C.) partecipano ai funerali di Giulio Cesare, però Tiberio ne spedisce quattromila in Sardegna (si usava già allora), agli nni più oscuri delle persecuzioni volute dai papi, a quelli tremendi dell’ultima Guerra e dei nazisti: c’è davvero tutto.

Giulia Mafai

Giulia Mafai

Non c’è invece più la casa dei Mafai, la terrazza dove Mario e Antonietta «dipingevano con poesia e amore le rovine e i tramonti»: sacrificata per far nascere via dell’Impero. Seneca si lamentava per il loro «shabbat»: scendono tutti in strada e fanno fracasso. E se Augusto distribuiva il grano di sabato, stabiliva un altro giorno per gli ebrei, ed esonerava dal servizio i funzionari giudei. Qualcuno vuole che perfino un papa, Anacleto II, fosse figlio di un banchiere ebreo.

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Ma poi, la pittura, e anche già Giotto, «di Gesù cancella l’origine palestinese: la fa diventare bizantina. «A Magonza, nel 1096, un pogrom dura più giorni: oltre mille vittime». «L’odio delle Crociate, per gl’infedeli di Terra santa, dà forza a quello mai sopito verso gli ebrei».

E’ l’ora di distinguerli con un segno obbligatorio: lo si vede ancora a Mantova, in una pala eseguita per una chiesa su ordine di Daniele Norsa. Da lì, non ci sarà più fine; nella «corsa ai ghetti», Venezia arriva prima, e Roma seconda.  La discriminazione e la paura.

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Il Ghetto è un paese, e vi si tramandano le usanze popolari; qualcuno muore, e si vuotano tutti gli orci e le brocche perché l’angelo della morte, lasciando la casa, si lavava le mani, e l’acqua era impura; finestre aperte, perché l’anima possa uscire; ci si strappava le vesti per il lutto: oggi solo le imbastiture. Le uova sode non si tagliano con il coltello, strumento di morte; un pizzico di sale in ogni angolo a casa nuova, è la difesa dal malocchio. E a Roma, ci sono le prediche forzate e la Casa dei catecumeni (pagata dagli ebrei) dove, spesso, le conversioni hanno bisogno delle virgolette. Accanto al Tempio maggiore, una chiesa ha ancora un’iscrizione sulla facciata in lingua ebraica: un ammonimento per chi vi era rinchiuso. Ventimila libri bruciati a Campo dei Fiori nel 1553. I nazisti: e non occorre ricordare troppo. I 50 chili d’oro prelevati con l’inganno; le due biblioteche rubate; gli oltre mille deportati nel medesimo giorno.

Israel (Italo) Anton Zolli

Israel (Italo) Anton Zolli

Il libro racconta di tanti salvati nelle chiese, e delle Fosse Ardeatine. Manca un solo nome: il rabbino capo di Roma Israel Anton Zolli, divenuto Italo con l’arianizzazione, che nel 1943 si converte; lascia solo il suo popolo, si fa chiamare Eugenio Pio, da papa Pacelli. Beh, gli ebrei della Capitale sono romani antichi: nell’Urbe prima che Gesù nascesse; e hanno imparato la «damnatio memoriae».

Non è una rimozione, come avrebbe detto Siegmund Freud; ma un’omissione voluta. Leggendo questa pagine si può benissimo capire perché.

  (Messaggero)

 

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