Gli eroi silenziosi della Shoah

Ilse Rewald

Ilse Rewald

di Roberto Giardina –

A Berlino abitiamo in un vecchio palazzo, del 1890, scampato a due ondate di bombardamenti che devastarono il quartiere. Ci piacciono le case antiche, comprese le inevitabili scomodità. Durante i lavori, prima del trasloco, mia moglie si accorse che la parete tra due stanze, aveva una lunghezza diversa da una parte e dall’altra. Doveva esserci un’intercapedine. Cosa vi avremmo trovato nascosto? Uno scheletro, documenti riservati, l’argenteria dei vecchi proprietari? La buttammo giù, e scoprimmo un cumulo di giornali di un’epoca lontana, che si polverizzarono appena li toccammo. Il tesoro giusto per un giornalista. Chissà a che cosa sarà servito quel rifugio?

Roberto Giardina

Roberto Giardina

I nazisti uccisero 160 mila ebrei, sul mezzo milione residente in Germania. Questa, almeno, è la cifra ufficiale. Ma a Berlino, 1.900 sopravvissero nascosti per anni in casa di amici, o di sconosciuti che li accolsero con il rischio della vita. E cinquemila furono in tutto il Reich gli ebrei a cui i tedeschi salvarono la vita, rischiando la pena di morte. Si dovrebbe sapere dai libri di storia, ma i più lo ignorano. Una prova di eroismo che, naturalmente, non assolve i milioni che tacquero, o che fecero a gara per accaparrarsi quanto veniva abbandonato in casa dei deportati nei lager.

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Museo Stille Helden

A Berlino, i musei sono oltre 180, e uno dei meno conosciuti, e invece da non trascurare, è quello dedicato agli Stille Helden, gli eroi silenziosi, e alla resistenza contro la Shoah, in pieno centro, a pochi passi dalla Potsdamerplatz dove giovedì comincia la Berlinale, il Festival del cinema.

Per la verità esisteva da qualche anno, ma da oggi viene riaperto completamente rinnovato in una nuova sede (Stauffenbergstrasse 13, al terzo piano, dalle 9 alle 18, al week end dalle 10; chiuso il lunedì) .

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Cosa c’è da vedere? Il nastro di cotone su cui Ilse Rewald, allora di 25 anni, scrisse le iniziali e gli indirizzi in un suo codice personale, delle persone disposte a nasconderla a Berlino. Annotarli su un pezzo di carta sarebbe stato un rischio mortale. Il nastro era cucito nella fodera della gonna. Ilse e suo marito Werner, di dieci anni più anziano, non fecero in tempo a emigrare, forse si illusero, dopo non riuscirono più a fuggire. Nell’ottobre del ’41, cominciano le deportazioni, si nascondono, ma devono separarsi. Proteggere una coppia è quasi impossibile.

Leggere gli indirizzi provoca un’impressione profonda in chi vive a Berlino. Alcuni di questi eroi silenziosi sarebbero stati miei vicini di casa, come Paul Fromm, amministratore di condominio, che nascose Werner, nella Brandeburgischen Strasse al numero 22. Era ariano, ma sposato con un’ebrea.

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Il “nastro” di Rewald

Ilse aveva annotato sul nastro: «P.F. Bstr.22». Dubito che le SS non sarebbero riuscite a decifrare la sigla. Ilse si nasconde da Kähte Pickardt e da sua figlia Ursula. Vennero salvati anche ebrei diventati poi famosi, come Hans Rosenthal, diventato un divo della tv, o l’attore Michael Degen, conosciuto anche in Italia. «I motivi che spinsero questi normali cittadini a rischiare la vita sono i più diversi», ha spiegato lo storico Johannes Tuchel, che dirige il museo. Il giovane Rosenthal fu nascosto da tre vecchie signore che conoscevano sua madre. Degen venne salvato da una coppia di vecchi comunisti. Oppure, come nel caso di Ilse e Werner ad aiutarli furono tedeschi che avevano un marito o una moglie ebrei (i matrimoni misti venivano tollerati caso per caso, non sempre).

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Non facile nascondere gli ebrei. Le vecchie case di Berlino, come la mia, sono in parte in legno. Ogni scricchiolio poteva mettere in sospetto i vicini.

Ed era difficile procurarsi cibo per chi non aveva le tessere annonarie. Un’odissea da nascondiglio in nascondiglio fino all’arrivo dei russi a fine aprile del 1945. I Rewald rimasero a Berlino, lui ricominciò a lavorare come architetto, ed è morto nel 1992. Lei è scomparsa nel 2005. Il museo è piccolo ma richiede molto tempo, perché ogni oggetto racconta una lunga storia, e ognuna meriterebbe un romanzo.

  (Italia Oggi)

 

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