Gli ospedali che curano i nemici

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di Andrea Brenta –

Dalla primavera del 2013 gli ospedali israeliani hanno accolto più di 2.600 siriani feriti, tra cui molti combattenti dell’esercito ribelle e, chissà, anche qualche militante dell’Isis. Oltre ai civili, bambini compresi

I due paesi, che si sono scontrati nel 1948, nel 1967 e nel 1973, restano tuttora tecnicamente in guerra fra loro, benché la frontiera comune abbia conosciuto un lungo periodo di calma.

«Tutto è cominciato nel primo pomeriggio del 16 febbraio 2013», spiega al quotidiano francese Le Figaro il colonnello Alon Galsberg, medico militare di stanza nel Nord di Israele, «quando una pattuglia ci ha chiamato per segnalare la presenza di sette siriani distesi lungo la barriera di sicurezza. Ci siamo chiesti come reagire, finché non ci hanno detto di essere stati feriti dall’esercito del regime e che non avevano un posto dove andare».

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Nelle settimane seguenti l’improbabile scenario si è ripetuto così spesso che lo stato maggiore ha deciso di allestire un ospedale da campo nei pressi della barriera di sicurezza ai piedi dell’altopiano del Golan. Oltre 430 siriani vi sono stati curati fino a che l’esercito ha deciso, il 13 giugno 2016, di chiudere questa struttura divenuta troppo visibile.

Da quel momento in poi i feriti siriani vengono trasferiti direttamente negli ospedali di Safed, Nahariya, Tiberiade e Haifa.

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Ospedale Ziv alle pendici delle alture del Golan

«Dall’inizio della guerra», racconta Ayman, 18 anni, gravemente ferito dall’esplosione di una mina, «tutti conoscono un ferito che sia stato curato in un ospedale israeliano». Ayman è uno di questi.

Dopo aver disertato dall’esercito regolare siriano, il giovane è passato nelle file dei ribelli. Ma una mina gli ha fatto perdere le mani. Ora attende che i medici dell’ospedale di Safed gli impiantino le protesi sui due moncherini. «All’inizio», continua, «avevo paura di tutto. Pensavo che gli israeliani mi avrebbero torturato o imprigionato. Sono stato educato a credere che siano peggio del diavolo», confessa. «Ma poi ho capito che si occupavano di me meglio di quanto avrebbero fatto i medici del mio stesso paese».

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Ma quel è lo scopo di tutto questo? A sentire i discorsi ufficiali, l’esercito israeliano cura i feriti siriani in nome di considerazioni strettamente umanitarie. Ma è lecito pensare che lo stato ebraico tragga un beneficio indiretto da questo impegno. Per esempio, l’esercito potrebbe approfittarne per istituire un canale di comunicazione con le fazioni ribelli insediate sul versante siriano del Golan, ivi compresi i jihadisti del Fronte di al-Nusra, affiliato ad al-Qaida. Questi contatti hanno portato a una relazione di buon vicinato, che si traduce non solo nel mantenimento di una relativa calma alla frontiera, ma soprattutto nella tenuta a distanza dell’Hezbollah libanese.

Dal canto suo, il regime siriano denuncia regolarmente questo avvicinamento di circostanza e accusa Israele di sostenere i «terroristi».

I pazienti siriani convalescenti presso l’ospedale di Safed affermano di aver militato nell’esercito siriano libero e proclamano il loro rifiuto dello Stato islamico. Ma è difficile provarlo. Intanto però il personale medico prende tutte le precauzioni possibili per preservare l’anonimato dei suoi degenti sirian

(Italia Oggi)

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