La stella con la stella

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di Gerardo Verolino –

Altro che Mourihno, l’uomo che in mondovisione mostra il simbolo delle manette per lamentarsi dei torti subiti.  O il Trapattoni di “Non dir gatto se non l’hai nel sacco”. O  il mitico Boskov di “Rigore è quando arbitro fischia”. O l’immarcescibile Petisso che con il bisunto cappotto di cammello ripete ai cronisti, per giustificare le cause di una sconfitta, che l’allenatore avversario gli “ha rubato la idea”. O il grande barone Nils Liedholm che sostiene, dopo l’espulsione di un suo giocatore, che “Si gioca meglio in dieci”. Il vero Special One del calcio mondiale è stato un ebreo-ungherese, nato alla fine dell’800  e che diventerà un nome leggendario: Béla Guttmann.

Gerardo Verdolino

Gerardo Verolino

Tra le sue teorie c’e quella che la squadra migliore da mandare in campo dipenda da tanti fattori compreso  il naso dei giocatori. “Il naso è molto importante. Se qualcuno si congestiona e non respira bene non gioca” diceva Guttmann.

Nel vorticoso mondo della comunicazione d’oggi uno come Béla, avrebbe monopolizzato l’interesse dei media surclassando tutti gli altri. Carismatico e bizzarro. Geniale e stravagante. Calciatore e allenatore giramondo, una novità per i tempi, contrassegnato da una vita misteriosa a partire dalla data di nascita che si approssima nel 1899.  Diplomato in danza classica,  passione che gli trasmettono  i genitori ballerini di professione. Una laurea in psicologia. Scampa accidentalmente all’Olocausto (“Dio mi ha salvato”) pare lanciandosi da un treno che lo sta trasportando in un Campo di concentramento dove perisce  il  fratello.

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Personaggio geniale e provocatorio. In oltre cinquant’anni di calcio riesce a  conquistare la stima e l’ammirazione generale  vincendo tanti  titoli, sia da giocatore quanto da allenatore, in decine di Paesi differenti. Inventa, nei suoi anni brasiliani, il sistema di gioco del “4-2-4” che il C.t. della nazionale verdeoro, Feola, adotterà per far vincere il primo titolo mondiale al magico Brasile di Pelè. Esporta il calcio in un Paese, gli Stati Uniti, negli anni ’20, dove l’unica palla che gli spettatori hanno visto prima d’allora è stata quella da rugby o da baseball. “Quando abbiamo disputato la nostra prima partita a New York-racconta Guttmann-gli spettatori conoscevano così male il calcio da confonderlo col football americano. I gol segnati li lasciavano completamente freddi, ma i tiri forti che uscivano ben alti dietro la porta erano presi per i punti del rugby e suscitavano uragani di applausi. Fu così che, dal momento che stavamo nettamente vincendo, ci siamo sbizzarriti a sparare lontano. Alla fine mi hanno portato in trionfo”.

Talento sopraffino del calcio ungherese, dopo aver partecipato con la nazionale alle Olimpiadi del ’24, per protestare contro l’esorbitante numero di dirigenti e di ufficiali al seguito e per le cattive condizioni dell’albergo in cui alloggiano, appende dei topi morti sulle porte delle camere. Tra le sue particolarità c’è anche quella di indossare sempre, durante le partite, una casacca di seta.

Hakoah Vienna

Hakoah Vienna

La sua carriera di calciatore esplode, dopo due campionati vinti con il MTK Budapest, in Austria, dove si trasferisce per sfuggire alle persecuzioni antisemite dell’ammiraglio Miklos Horthy, salito al potere in Ungheria, quando gioca per l’ Hakoah, la squadra che raccoglie tutti gli ebrei della città e di cui diviene l’emblema, squadra  fondata da due sionisti che si ispirano all'”ebraismo muscolare”.

E’ in America, nel 1926, dove si stabilisce, fa fortuna e perde tutto nella crisi del ’29 di Wall Street,  che fonda il club gemello, l’Hakoah All Stars, una sorta di Harlem Globetrotters della pelota, con cui delizia il pubblico mostrando le raffinatezze del fortissimo calcio magiaro dell’epoca.

Allenatore del Benfica

Ma se è stato un elegante giocatore, resta  soprattutto uno strepitoso allenatore. Nel ’47 allena la squadra ungherese dell’Honved, creando giocatori del calibro di Ferenc Puskas e Kocsis, due tra i più grandi talenti assoluti e vincendo il campionato . Ma per un  contrasto con Puskas che vuole decidere al posto suo chi far giocare e chi no Guttmann, abbandona il campo, sale in tribuna e si mette a sfogliare distrattamente  una rivista. L’insubordinazione di Puskas è un affronto per la filosofia di un tecnico che applica il motto “Controlla la stella e controllerai la squadra”, e per questo se ne va.

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Quando approda al  Milan di Angelo Rizzoli, allenando giocatori come  Schiaffino, Gren, Nordahl e Liedholm, che lui reinventa in uno straordinario centromediano metodista, viene  esonerato, dopo 19 partite  nonostante la squadra sia prima in classifica.  Presentatosi in conferenza stampa, sorridendo ai giornalisti, afferma: “Sono stato licenziato nonostante non sia né un omosessuale né un criminale. Addio”.

Ma il vero capolavoro sono le  stagioni passate al Benfica col quale vince, negli anni ’60, due Coppe dei Campioni consecutive. Nella  finale col temibile Real Madrid di Di Stefano che chiude il primo tempo in vantaggio per 3 a 2, al rientro negli spogliatoi riesce a  motivare i ragazzi dicendo: “Il Real Madrid è morto. Di Stefano è morto. La partita è vinta!”. Così  nel secondo tempo vincono davvero  per 5 a 3  grazie a due reti di Eusebio, la “Pantera nera” del Mozambico del quale ne ha plasmato il talento. Nonostante però la vittoria in coppa, nel campionato, la squadra finìsce terza. “Il Benfica non ha un culo per sedersi su due sedie” si giustifica Guttmann.

Con la Coppa dei Campioni vinta col Benfica. Alla sua destra, Eusebio la Pantera nera

Gutman ed Eusebio con la Coppa dei Campioni

Ma  è anche il momento nel quale succede un episodio  che è rimasto nella storia del Calcio: l’anatema di Guttmann contro i portoghesi che gli negano un più che meritato premio in denaro. Guttmann, riceve invece una lettera di licenziamento firmata dal presidente del club, Antonio Carlos Cabral Fezas Vital. Decide, allora, di andarsene sbattendo la porta prima di lanciare la celebre maledizione “Senza di me il Benfica per cento anni non vincerà una coppa europea”. Sono trascorsi oltre cinquant’anni da quella maledizione e il Benfica intanto  ha perso 8 finali: 5 di Coppa dei Campioni e 3 di Coppa Uefa.

Invano,  nella finale del ’90, contro il Milan, la “Pantera nera” Eusebio che lo sostituirà in panchina,  va  a pregare sulla tomba del venerato Maestro, nel cimitero ebraico di Wigner Zentralfiedhof di Vienna, nella speranza di neutralizzare il devastante anatema. Niente da fare. Anche stavolta il Benfica perde mentre vince il Milan e forse il suo vecchio allenatore.

Oggi nel nuovo stadio del Benfica, “La Luz”, si può vedere la statua di Guttmann che  sostiene le due Coppe dei Campioni vinte. Ha un’espressione enigmatica e niente affatto rassicurante. La maledizione per il Benfica, c’è da scommetterci, continuerà.

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