Ha ancora senso
il Giorno della Memoria?

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di Daniele Coppin –

Il “Giorno della Memoria” rappresenta ormai un appuntamento fisso per istituzioni politiche, scuole, mezzi d’informazione che dedicano alla giornata conferenze, dibattiti, concerti, film per ricordare. Ma ricordare cosa? L’articolo 1 della Legge n. 211 del 20 luglio 2000, istitutiva del Giorno della Memoria, stabilisce: «La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

(Daniele Coppin)

(Daniele Coppin)

I primi anni dopo l’entrata in vigore della legge che istituiva il Giorno della Memoria, il senso della ricorrenza è stato osservato, pur privilegiando talvolta un po’ troppo il semplice ricordo senza sviluppare l’aspetto pedagogico del ricordo stesso per raggiungere l’obiettivo sottolineato alla fine del secondo dei due articoli della Legge 211/2000 che recita «affinchè simili eventi non possano mai più accadere».
Purtroppo negli ultimi anni molti, nell’organizzare questa giornata, sembrano aver smarrito il senso di questa commemorazione, trasformando il Giorno della Memoria in un contenitore, un calderone dove mettere dentro un po’ di tutto fino a marginalizzare quello che dovrebbe rappresentare il tema principale: la Shoah.

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Il risultato è una macedonia di eventi tragici ma diversi dalla Shoah, che ha una sua specificità.
La sostanza di questo atteggiamento, sempre più diffuso, è produrre una sorta di “sostituzione” della Shoah con altre pur gravi tragedie che, tuttavia, non hanno la stessa potenza simbolica del progetto di sterminio del popolo ebraico pianificato e, per fortuna, solo parzialmente realizzato dai nazisti. Gli Ebrei furono oggetto di un progetto di sterminio pianificato e non dovuto a qualche pericolo concreto da essi rappresentato. Dovevano essere sterminati per il solo fatto di esistere come risulta chiaro dalle parole di Robert Ley, Capo del Fronte Tedesco del Lavoro, che affermava: “a che scopi esistano ebrei, pidocchi, pulci e parassiti di ogni genere, questo non lo so. L’ebreo sarà e deve essere annientato. Questo è il nostro sacro credo”.

memoriacoppinNon si può considerare la Shoah simile ad altro, così come non si può giudicare l’antisemitismo simile a qualunque altra forma di razzismo. L’antisemita, a seconda della sua religione, della sua cultura o della sua ideologia politica, accusa l’ebreo di aver crocifisso Gesù, di essere un untore, di uccidere bambini per usarne il sangue, di essere strozzino, capitalista, comunista, imperialista, colonialista. Un elenco che dimostra quanto la ricerca di un nemico, di qualcuno da odiare, possa indurre ad inventare accuse di ogni genere pur di colpire un fantomatico nemico individuato nell’ebreo.
Queste sono le radici da cui ha origine il pregiudizio antiebraico e dell’antisemitismo che ne rappresenta la versione moderna. E dall’antisemitismo diffuso nella società europea a più livelli che ha tratto forza l’odio nazista che portò alla Shoah.
Purtroppo, i fatti indicano che quel clima sta ritornando. Manifestazioni di odio antiebraico sono sempre più diffuse nel mondo politico, sulla stampa, sui social network, spesso mascherate da antisionismo (come se essere antisionisti, cioè contro l’esistenza dello Stato di Israele, fosse qualcosa di accettabile), ma con un linguaggio che non ha niente da invidiare a quello della Germania nazista o dell’Italia fascista dopo l’emanazione delle leggi razziali. E, in poco tempo, si passa dal distinguo tra gli ebrei e gli israeliani, a considerare le vittime della Shoah come i Palestinesi fino alla “immancabile” frase: ”se tutti ce l’hanno con gli ebrei un motivo ci deve pur essere”. Ormai anche la solidarietà per gli ebrei morti per mano nazifascista sembra affievolirsi, quasi che si volessero considerare essi stessi causa del destino che gli è toccato. Per i moderni antisemiti, travestiti da terzomondisti antimperialisti, provare solidarietà per gli ebrei non è possibile a meno che non prendano le distanze dallo Stato di Israele! Questo è il punto al qual si è arrivati.

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Da alcuni anni si discute in ambito ebraico sull’opportunità di partecipare alle manifestazioni del Giorno della Memoria e questa involuzione della società sembra rafforzare la posizione di chi è contrario a continuare ad accreditare, con la presenza ebraica, manifestazioni che con la Shoah non hanno a che vedere.
Ciononostante, ritengo che il ritorno dell’antisemitismo in Occidente dimostri la necessità di partecipare al Giorno della Memoria per consentire di ammonire le giovani generazioni del rischio che quanto già avvenuto possa ripetersi. Ma per far ciò è necessario che chiunque partecipi a questi eventi rifugga la tentazione del facile consenso dell’uditorio e contrasti con forza i paragoni inaccettabili tra la Shoah e altre tragedie della Storia in quanto solo ricordando la Shoah per ciò che è stato, quel dramma può assumere il valore pedagogico per il quale il Giorno della Memoria è stata indetto.

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