I giorni difficili del governo  

di Fiammetta Martegani –

Piazza Rabin, Tel Aviv. Una lunga tavolata apparecchiata con piatti dalle porzioni pantagrueliche e un unico commensale: la riproduzione in dimensioni reali del primo ministro Benjamin Netanyahu, che banchetta da solo mangiandosi Israele. E l’«ultima cena della democrazia» dell’artista israeliano Itay Zalait. Un’installazione che ha fatto infuriare Bibi almeno quanto è piaciuta ai telavivini.

Fiammetta Martegani

Perché a cinque mesi dalla sua diffusione, il coronavirus sembra aver mutato il Dna politico del Paese, ma non quello – polemico, sfrontato e ironico – degli israeliani.

Lo scorso 20 Aprile, dopo un anno di stallo e tre tornate elettorali finite alla pari, è stata proprio la crisi del Covid a spingere il premier uscente e l’acerrimo avversario Benny Gantz a siglare l’alleanza per costituire un governo nazionale di emergenza. Che di emergenziale ha davvero tutto: zero fondamenta e muri fragili. Con tante crepe. A cominciare dalle divergenze (per nulla parallele) riguardo all’Accordo del Secolo per il Medio Oriente proposto in gennaio da Donald Trump.

Gantz e Netanyahu

Il Piano è momentaneamente congelato, rimandato – sotto le pressioni dell’Amministrazione americana – a tempi migliori, probabilmente dopo le elezioni Usa. Ma intanto si ricomincia a parlare di nuove elezioni qui. Netanyahu e Gantz in questi mesi di coabitazione hanno combinato, insieme, poco o nulla. Soprattutto, non sono ancora riusciti ad approvare il budget di Stato, legge fondamentale soprattutto per la gestione del post-Corona.

Una scusa perfetta, per Bibi, per scardinare i già precari equilibri politici e guadagnare altro tempo. Quello di cui ha bisogno per risalire nei consensi e studiare possibilità per evitare il processo (accuse di corruzione, frode e abuso di ufficio) che lo attende. Adesso però gli israeliani sembrano esseri arrivati al punto di rottura sfiniti dai lunghi mesi di lockdown – che hanno fatto arrivare la disoccupazione a livelli preoccupanti, oltre il 20% – e di incertezza politica, da settimane si fanno sentire praticamente ogni giorno, con manifestazioni via via più partecipate contro il governo, a Gerusalemme e in tutte le principali città. Proteste pacifiche, che rivendicano la non appartenenza ad alcun partito politico: giovani e genitori con i passeggini che chiedono ai loro leader di occuparsi seriamente della situazione economica e della salvaguardia della democrazia del Paese.

Reuven-Rivlin.

Non sono mancati episodi deprecabili:   a Tel Aviv, un gruppo di estremisti di destra che si fa chiamare “La famiglia” si è infiltrato in uno di questi sit-in per aizzare la violenza, e ha ferito gravemente cinque persone.

Il presidente Reuven Rivlin ha detto, con forte rammarico, che «non c’è alcuna differenza tra uccidere un manifestante o il primo ministro», con riferimento esplicito ai tempi bui dell’omicidio di Yitzhak Rabin. Non è per caso che l’installazione di Zalait sia finita – con l’autorizzazione del sindaco di Tel Aviv, Ron Huldai – proprio nella piazza a lui intitolata.

(Avvenire)

What do you want to do ?

New mail

Condividi