I misteri del Ghetto

1. Il luogo dove era Piazza Giudia (o Giudea) e la fontana 2. Il luogo dove è stata riposizionata la fontana (Piazza delle Cinque Scuole)

1. Il luogo dove era Piazza Giudia (o Giudea) e la fontana 2. Il luogo dove è stata riposizionata la fontana (Piazza delle Cinque Scuole)

di Fabio Isman

Una fontana vagabonda, che muta collocazione almeno quattro volte, e un nobile palazzo, che sposta il suo ingresso per non essere inglobato nel ghetto, sono tra i “segreti” di quell’area ristretta vicino al Tevere, dove gli israeliti sono stati costretti a vivere per oltre tre secoli, dal 1555 fino al 1870: Il secondo “serraglio” del genere dopo quello di Venezia, precedente di 40 anni, e prima di tanti altri che. da allora, hanno purtroppo affollato la nostra penisola.

Fabio Isman

Fabio Isman

La fontana ha la firma di un grande artista nel genere: Giacomo della Porta, autore anche di quella, non lontana, “delle Tartarughe”. e di parecchio d’altro: da quelle davanti al Pantheon e del Moro a Piazza Navona, alla facciata della chiesa del Gesù. Oggi, quel bacile si trova in Piazza delle Cinque Scole, Ma non è sempre stato così.

Sinagoga vista dal teatro Marcello

La Sinagoga

Arriva l’acqua Appena nel 1591 l’acqua corrente raggiunge l’area in cui erano stati rinchiusi i “giudei”, ormai da quasi 40 anni: prima, c’era soltanto quella del vicino Tevere. Allora, una conduttura dell’Acqua Felice, impianto voluto da Sisto V, Felice Peretti, approda in quella che si chiamava. Piazza Giudia.

E nasce la fontana, elegante e quadrilobata. due vasche sovrapposte. Inizia a funzionare due anni dopo, a un passo da dove s’impiccavano gli ebrei condannati per i reati più gravi. Della Porta la costruisce con marmi dello smantellato Tempio di Serapide, forse il più grande dell’Urbe, di cui si vedono ancora i relitti sotto il Quirinale; il catino superiore è retto da quattro gorgoni, e dalle loro bocche sgorga il liquido; la decorano gli stemmi dei magistrati nella città d’allora.

La fontana oggi

Spostamenti Nel 1880, quando il ghetto è smantellato e restaurato con profonde modificazioni, la fontana finisce in magazzino, e ci resta per ben 44 anni, catino e fusto si trasferiscono poi sul Gianicolo, davanti alla chiesa di Sant’Onofrio; finché, nel 1930, la fonte non è riassemblata dove ora si trova. Al suo posto originario, per terra, se ne vede oggi la sagoma: ma chi non sa il perché di quella losanga bianca sul terreno, non capisce troppo.

Via del Portico d'Ottavia 13, Il portonaccio

Il portonaccio

Il palazzo sbarrato Non lontana, anzi vicinissima, è via della Reginella: uno dei “cuori” del ghetto. Qui, si apriva il portone di un palazzo assai nobile: quello della famiglia Costaguti; se ne leggono ancora le lesene laterali, i capitelli, un arco a tutto sesto; ma, l’ingresso è ormai chiuso da un muro. con una finestrella. L’edificio nasce a metà Cinquecento, per monsignor Costanzo Patrizi, tesoriere di Paolo III Farnese, sulla demolita chiesa di San Leonardo de Albis. Nel 1578, morto il prelato, diventa di Ascanio e Prospero Costaguti, banchieri di origine ligure, che lo ristrutturano.

L’ingresso era, appunto, a via della Reginella: però, per non essere inglobati nel ghetto soffrendone le limitazioni, i proprietari lo spostano nella vicina e omonima piazza. Appartiene ancora agli eredi, Afan de Rivera Costaguti.

Piazza Giudia nel 1905

Piazza Giudia nel 1905

Tanti tesori Le facciate (una è su piazza Mattei) recano l’impronta di bei nomi dell’architettura romana di allora: cario Lombardi, Ascanio De Rossi, Antonio De Battisti. Al piano nobile, si giunge con una bella scala elicoidale; e si ammirano (anche se visitare il luogo non è facile) importanti dipinti, -di artisti famosi, tra cui “Il centauro Nesso rapisce Deìanìra” di Francesco Albani, “Dike, Eirene e Eunomia” di Giovanni Lanfranco, “Armida rapisce Rinaldo” di Guercino, “Enea armato” del Cavalier d’Arpino, “Il carro del Sole” e “Il Tempo che scopre la Verità” di Domenichino.

Interi e vasti saloni hanno fregi dipinti, sotto i soffitti a cassettoni, anche da Taddeo e Federico Zuccari. Per Giorgio Vasari, era tra i cinque palazzi più ricchi della città. Sulle facciate, resta traccia delle decorazioni a grisaglia.  Ma quel portone spostato rimane tra i segreti del Ghetto, che ancora ne conserva parecchi.

(Messaggero)

 

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