I professionisti della sicurezza
La risposta israeliana al Covid 19

di Giuliano Longo –

La risposta alla domanda “come gli israeliani hanno contenuto la pandemia” la dà David Horovitz su Times of Israel. A ben vedere anche se è presto per nutrire entusiasmi, ad oggi i dati della pandemia in Israele registrano 16409 casi positivi di cui attivi 5157 mentre i guariti sono 11.007, ma sorprendente (senza nulla togliere alla tragedia di questi eventi) è il numero dei decessi, 245.

Giuliano Longo

“Come mai Israele è riuscito a contenere in maniera così efficace il coronavirus? – si domandava Gabriele Genah nella rassegna-stampa del Corriere della Sera -. Come è possibile che in una nazione di nove milioni di abitanti siano decedute meno di 250 persone mentre a New York, che ha più o meno la stessa popolazione, i morti sono circa 18mila?”.

David Horovitz

David Horovitz così risponde su Times of Israel: “Eppure siamo gente abituata a scambiare baci e abbracci e i flussi turistici non erano proporzionalmente molto meno massicci da noi che in paesi come Italia, Spagna e Regno Unito”. Il Belgio, con 11 milioni di abitanti, ha 34 volte più vittime di Israele. Gli Stati Uniti, con 36 volte la popolazione d’Israele, hanno avuto quasi 300 volte più morti”.

Tre sono le ipotesi che vengono avanzate: la rapidità nel prendere le misure di contenimento quando ancora non c’erano focolai significativi nel paese, le prestazioni del servizio sanitario nazionale e il comportamento della popolazione.

Micah D. Halpern

Su quest’ultimo aspetto Micah D. Halpern sul Jerusalem Post fa notare che la popolazione ha seguito e rispettato alla lettera le indicazioni del governo “perché gli israeliani sono abituati, loro malgrado, alle crisi nazionali (basterebbe ricordare le maschere anti-gas e le stanze sigillate durante la guerra del Golfo del 1991)”.

Va aggiunto che in Israele la sicurezza “è da sempre presa molto sul serio” e chi non segue i protocolli sanitari viene segnalato, mentre dove il buon senso non arriva, ci pensano i servizi segreti. Infatti lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno, usa le proprie risorse tecnologiche per tracciare i potenziali vettori del virus. Una scelta che ha suscitato una serrata discussione sul confine fra sicurezza e privacy, anche se la Corte Suprema ha concesso una proroga di altre tre settimane per queste tecniche di tracciamento.

Moshe Bar Siman-Tov

Poi c’è il numero di test effettuati, ad oggi circa 250mila, di cui 100mila in postazioni drive-in sparse per il paese, 90mila in appartamenti privati e le restanti su postazioni drive-in e oggi si attuano altre misure quali il monitoraggio delle acque di scarico di tutto il Paese per controllare la presenza del virus prevenendo un’eventuale seconda ondata.

Horovitz realisticamente osserva che anche in Israele tutto questo ha comportato un altissimo costo in termini di tracollo economico e di impatto sulla salute mentale delle persone, tanto che in un’intervista televisiva di qualche giorno fa è stato chiesto a Moshe Bar Siman-Tov, direttore generale del Ministero della sanità, se Israele non avesse reagito in modo eccessivo. La risposta è stata “possiamo fare un controllo molto semplice. Eravamo arrivati a un ritmo in cui il numero di nuovi malati raddoppiava ogni tre giorni.

A un certo punto, in un solo giorno il numero di pazienti gravemente malati è aumentato del 50%. Se questa tendenza fosse continuata, oggi avremmo più di 600.000 malati, di cui oltre 10.000 bisognosi di ventilatore, e molte migliaia di persone sarebbero morte”.

Dopo due mesi di chiusure e restrizioni – riflette l’editoriale del Jerusalem Post – Israele sembra finalmente tornare a una parvenza di normalità”, ma fa notare che la popolazione e l’esercito sono addestrati ad affrontare tutti gli scenari che potrebbero cogliere il paese di sorpresa, come attacchi aerei o terremoti.

Addirittura “il Comando Fronte Interno delle Forze di Difesa israeliane – prosegue l’editoriale – istruisce costantemente le persone su come trovare il rifugio più vicino in caso di attacco missilistico. Anche gli edifici sottoposti al piano edilizio nazionale chiamato Tama 38, volto a rafforzare le strutture in vista di terremoti, fanno ormai parte del paesaggio israeliano. Eravamo pronti quasi a tutto. Ma non a una pandemia”.

Meir Ben Shabbat

Insomma detta così abbiamo a che fare con un sistema di prevenzione e sicurezza collaudato ormai nei decenni dalla fondazione dello stato di Israele, eppure anche lì sono stati colti di sorpresa e hanno avuto carenze di forniture mediche, di equipaggiamenti protettivi, di medici e paramedici. “Non dimentichiamoci – prosegue il Jerusalem Post – che sono dovuti intervenire il Mossad (servizio di sicurezza Israeliano, ndr) e le unità d’élite dell’esercito per procurare mascherine e ventilatori”.

Il quotidiano economico israeliano Calcalist riferisce che il Ministero della sanità si sta attrezzando per una situazione che potrebbe comportare 3.000 pazienti sottoposti a ventilazione, facendo scorte e aggiornando le unità di terapia intensiva sulla base di finanziamenti che il Tesoro deve ancora approvare.

“Dobbiamo essere pronti per la prossima ondata e sfruttare in modo proattivo il tempo che abbiamo per sistemare le cose al meglio possibile”, ha scritto Bar Siman-Tov in una lettera al consigliere per la sicurezza nazionale Meir Ben Shabbat, perché aggiungiamo noi, si può essere diligenti, organizzati, preparati ed efficienti, ma la “bestia” del Coronavirus fa ancora paura in tutto il mondo.

(Cinque Quotidiano)

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