I soldati ebrei di Mussolini

 

soldati_ebrei_di_Mussolinidi Giovanni Cecini –

Tra il 1848 e il 1938 la partecipazione dei cittadini di religione ebraica alle forze armate italiane fu attiva e decisiva sia in pace sia in guerra. Prendendo parte con valore a tutte le battaglie risorgimentali e a tutti i conflitti successivi, essi dimostrarono un forte senso d’identità con i destini della Patria e del regime fascista. Durante il Risorgimento il re Carlo Alberto concesse piena uguaglianza, integrazione ed emancipazione alla minoranza ebraica. Il patriottismo e il militarismo fecero il resto, sostituendo l’appartenenza religiosa, creando un’identità nazionale solida e annullando qualsiasi differenza tra cristiani e israeliti. La situazione imperturbata si protrasse anche in periodo fascista: alcuni collaboratori di spicco di Mussolini erano ebrei e il consenso non mancò, come non si esaurì il continuo affluire dei giovani israeliti in divisa. Con la guerra di Etiopia, la sterzata totalitaria e l’avvicinamento alla Germania nazista, la politica mussoliniana cambiò rotta, verso la progressiva discriminazione e persecuzione degli ebrei italiani, militari compresi.

Giovanni Cecini

Giovanni Cecini

«E’ un delitto sfruttare il patriottismo ai fini dell’odio». Ecco come Émile Zola nel suo articolo più famoso dava fuoco alle polveri contro un ambiente militare giudicato corrotto e incapace. Nella rumorosa opinione pubblica della Terza Repubblica Alfred Dreyfus non era un ufficiale qualsiasi processato e degradato, ma rappresentava lo scontro socio-culturale in una realtà come quella francese di fine Ottocento che reagiva a fantasmi come «cospirazioni», «tradimenti», «revanche», ancora legata a larghi strati di nazionalismo oltranzista e bigotto. Dreyfus, alsaziano, ebreo assimilato e borghese, avrebbe dovuto rappresentare la summa della «francesità», invece il suocaso era la testimonianza di come la Francia, laica e democratica, potesse avere malcelati e diffusi sentimenti antisemiti, per il quale essere un valido e leale soldato poco importava.

Alfred Dreyfus

Alfred Dreyfus

Nello stesso periodo al di qua delle Alpi si respirava un’aria del tutto diversa, almeno fino a quando, decenni dopo, in Italia non si profilò l’idea di trovarenegli israeliti le vittime da sacrificare per oscuri disegni politici e brutali ragioni di Stato. Ho scritto un libro chr tratta le sorti di quegli ebrei italiani che hanno con onore vestito la divisa da soldato e, per l’assurda decisione di Mussolini, non l’hanno più potuta indossare.

In questo senso le forze armate italiane si sono analizzate al loro interno sul problema dell’antisemitismo, ponendo però in parallelo anche altri due problemi per certi aspetti marginali ai fini dell’argomento «militari ebrei», ma allo stesso tempo significativi: il razzismo nei confronti dei neri in Africa, in relazione soprattutto alla conquista dell’impero, e la politica antiebraica svolta (o non svolta) dai comandi militari italiani nei territori d’occupazione durante la Seconda guerra mondiale.

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L’interesse che ha spinto questa mia analisi è nato proprio dal caso del capitano dell’esercito francese Alfred Dreyfus, che ha portato a chiedermi se anche in Italia ci sia stato qualcosa di simile: «In che modo lo Stato italiano – e in particolar modo il fascismo – si era occupato dei soldati israeliti, prima della sciagurata alleanza con la Germania nazista?».

Domanda alla quale poi tutti coloro che mi hanno chiesto l’argomento della mia ricerca facevano seguire un secondo interrogativo: «Perché, ce n’erano molti di militari ebrei durante il fascismo?». Mi sono pertanto accorto come questo argomento sia stato sempre poco studiato e come ancora oggi appaia strano che gli ebrei abbiano intrapreso o continuato il mestiere delle armi anche nel periodo del Ventennio.

Alcuni (sia in Italia che all’estero) sono convinti che il fascismo sia stato antisemita sin dall’inizio e quindi che nelle forze armate non ci fosse stata più traccia di ebrei sin dal 1922, interpretando la figura del Duce come capo di un movimento unitario e di un regime monolitico negli anni. In realtà gli ebrei, come tutti gli altri italiani, continuarono la loro vita, anche militare sia in pace sia in guerra, fino al 1938, anno in cui d’ufficio e senza spiegazioni «logiche» furono allontanati da ogni incarico e privati non solo del loro lavoro, ma di quello che per molti di essi era una missione. Lo sconforto fu ancora più grande perché dalle istituzioni che avevano servito con fedeltà e valore, si sentirono dire di non essere più veri italiani e, per questo, posti ai margini della società, oggetto di vere «persecuzioni», attenuate solo nella dizione sotto il più consolante termine «discriminazioni». In quest’ottica anche il solo fatto di essere censiti in quanto «ebrei» appariva già «una persecuzione e non come un precedente  neutro di essa».

Vittorio-Emanuele-III-Mussolini

Mussolini e Vittorio-Emanuele-III-

Spiccano in questa tragedia la camaleontica duttilità di Benito Mussolini, la debolezza di Vittorio Emanuele III, autore di un tradimento che ruppe il patto difiducia tra ebrei e casa Savoia, sancito da Carlo Alberto, novant’anni prima. Nessunintervento reale fermerà il Duce nei suoi piani autoritari, meno che mai in quelli razziali. Se prima della conquista dell’impero Mussolini si era mostrato indifferente aqualsiasi problema razziale, dopo tale evento, per opportunità e interesse, diventò un attivo razzista senza possibilità alcuna di scaricare la responsabilità su Hitler, visto che questi non chiese in modo esplicito mai nulla in proposito fino al 1943.

Anzi, i variegati umori e le opposte sensibilità dei gerarchi all’interno del regime portarono nel 1938 Berlino a non comprendere i retroscena di come e perché si svolse in Italia con quella tempistica la campagna antisemita, giudicata per altro troppo blanda dainazisti.

Da parte ebraica, coloro che credettero a una possibile clemenza del «loro» Duce non mancarono; le vane speranze furono molto tenaci prima di rendersi conto dell’inconsistenza delle esenzioni per i «discriminati», che si rivelarono inutili se si pensava di farle valere nel tentativo di continuare a prestare servizio nelle forze armate.

(1.Continua)

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