I soldati ebrei di Mussolini/2

Il sottotenente Bruno Jesi

 

di Giovanni Cecini –

«L’antisemitismo non esiste in Italia. Gli ebrei italiani si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti coraggiosamente. Essi occupano posti elevati nell’esercito.Tutta una serie sono generali.»Benito Mussolini, marzo 1932

Giovanni Cecini

Giovanni Cecini

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Il più rappresentativo degli «ingenui» fu il generale Guido Liuzzi, fascista convinto, che perderà solo con gradualità ogni ammirazione per il Duce e il suo regime. Tra le altre vittime di questa epurazione emersero i casi del tenente colonnello Giorgio Morpurgo, suicidatosi in combattimento, ricevuta la notizia didover lasciare «per motivi razziali» il suo reparto al fronte, del sottotenente Bruno Jesi, prima espulso per poi essere arianizzato ed elevato all’altare degli eroi, e del più riservato generale Umberto Pugliese che, richiamato in servizio solo perché insostituibile, in maniera silenziosa tornerà alla sua triste vita di ebreo, anche se dichiarato ariano per meriti eccezionali.

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Giorgio Morpurgo

La storiografia sul fascismo ha incluso anche i militari nel calderone della «questione ebraica» di Mussolini, senza mai dedicare loro molto spazio; in questo senso, a parte l’accurata narrazione del romanzo Un ebreo nel Fascismo di Luigi Preti, i primi approfonditi spunti di analisi sui congedi razziali sono merito di Jonathan Steinberg in Tutto o niente del 1997.

Solo nel 1999 il generale Alberto Rovighi ha avuto il coraggio di affrontare questo argomento, recuperando un dimenticato libro di Eli Rubin degli anni Cinquanta sui generali ebrei, traducendo la parte riferita all’Italia e integrandola con ricerche archivistiche molto impegnative e con alcune dettagliate tabelle. La morte gli ha impedito un’analisi approfondita, ma allo stesso tempo ha fornito un importante contributo.

generale Umberto Pugliese

Umberto Pugliese

Sono partito dal testo di Rovighi e da esso ho tratto suggerimenti ed entusiasmo per approfondire questo aspetto poco conosciuto della nostra storia, che se da un lato ci mostra ancora più nefasta la politica di quegli anni, da un altro dà merito all’onesta compostezza di tanti valorosi soldati italiani, da un giorno all’altro traditi da quella Patria fascista che con gli anni aveva sostituito e fatto morire la vera autentica Patria risorgimentale.

Questo tradimento, annientando l’emancipazione e l’integrazione ebraica, ruppe la fiducia di molti italiani ebrei, che dopo la Seconda guerra mondiale preferirono rifiutare la divisa in Italia, oppure sostituirla con quella del nascente Stato d’Israele. Considerata la scarsezza di pubblicazioni in Italia sul tema «militari ebrei», gli spunti del mio lavoro sono stati per la maggior parte quelli legati alla ricerca extra-bibliografica.

dell’ammiraglio Augusto Capon,

Augusto Capon,

La ricerca mi ha permesso di scoprire elementi nuovi, anche attraverso fonti poco ortodosse. In aggiunta allo studio della documentazione originale neiprincipali archivi civili, militari ed ebraici, l’indagine si è allargata attraverso il tentativo di rintracciare alcuni parenti di ex militari israeliti, che potessero avere qualcosa da raccontare o da mostrare; in alcuni casi mi ha aiutato la fortuna, ad esempio quando sono riuscito a trovare l’autobiografia inedita dell’ammiraglio Augusto Capon, suocero di Enrico Fermi, grazie a una semplice telefonata, ripagandole fatiche di mesi di ricerca.

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Per quanto riguarda invece le fonti bibliografiche, oltre al prezioso volume di Rovighi, a quelli di Renzo De Felice, capostipite e «maestro» di tutti gli storici del fascismo, e alla preziosa ricostruzione di Meir Michaelis (Mussolini e la questione ebraica), ho avuto l’opportunità di avvalermi, anche degli ultimi studi sull’antisemitismo in Italia.

 

Il progresso della ricerca ha dato la possibilità di accrescere continuamente il materiale in possesso degli storici e garantire interpretazioni sempre più approfondite sul razzismo e sull’antisemitismo di Mussolini, con relativi dibattiti e confronti.

Renzo De Felice

Renzo De Felice

Negli ultimi anni la Shoah è stata di nuovo messa sul piatto dell’interesse generale, come motivo di riflessione e memoria, tornando al centro dell’attenzione culturale e politica. A tale riguardo è da sottolineare l’unicità della giornata di studi «L’allontanamento dei militari di religione ebraica dalle forze armate sotto il fascismo», tenutasi a Livorno il 25 marzo 2003, ideata dal generale Calogero Cirneco e organizzata dal Consiglio regionale della Regione Toscana, alla presenza di esperti relatori, tra i quali Nicola Labanca.

Nicola Labanca

Nicola Labanca

Come quest’ultimo ha messo in risalto, il convegno di Livorno, sede di un’importante e variegata comunità ebraica e del sanctasanctorum della Marina Militare, l’Accademia, ha rappresentato l’esempio di vitalità storica e di analisi critica su argomenti così delicati, come quelli trattati.  Lo sviluppo della ricerca ha permesso anche alla storiografia più recente di muovere obiezioni a quella passata. Per una più attenta analisi dei giudizi, l’ultima

edizione riveduta e ampliata della Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di De Felice, nonché gli ultimi lavori di Mario Toscano,  danno un respiro maggiore al problema e alla figura del dittatore italiano.

Michele Sarfatti

Michele Sarfatti

Un taglio diverso acquistano invece le pubblicazioni del Centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano. Michele Sarfatti e Liliana Picciotto hanno fornito elementi nuovi che permettono di correggere alcuni giudizi troppo autoassolutori degli «Italiani brava gente» nei confronti dei crimini contro gli ebrei. I loro libri rompono con due miti della storiografia sull’argomento: l’immagine di un Mussolini non troppo convinto (di fare) il razzista e la mancata collaborazione tra italiani e tedeschi nelle repressioni post 8 settembre.

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Del resto, comunque, lo stesso Sarfatti non risulta esente da critiche; Toscano, ribadendo le tesi di De Felice, pone in risalto l’infondatezza della tesi che propone Mussolini già  antisemita convinto prima della svolta del 1936-37, mentre Sergio Minerbi rimprovera a Sarfatti un uso inadeguato del termine «eliminare» , eccessivo se usato per inquadrare la situazione del 1938.

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Forzate appaiono essere invece le varie ricostruzioni che vedono in Mussolini, sin dalla sua giovinezza «per approssimazione e con qualche oscillazione»,  il fautore coerente di un razzismo dottrinario, magari ad alternanza dissimulato. Comunque sia De Felice sia Sarfatti (anche se in modo diverso) pongono l’accento sul limite interpretativo, che vorrebbe considerare la politica ebraica del regime come «un fatto di sola politica estera»  e che si ostina a dipingere un Mussolini razzista solo a metà perché aveva inventato lo slogan: «Discriminare e non perseguitare».

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In realtà i fatti dimostrano come l’esecuzione della campagna antisemita fu vera e propria persecuzione anche prima dell’occupazione tedesca. Al fascismo non servì togliere fisicamente la vita per annientare l’esistenza degli ebrei, gli bastò distruggere ogni possibilità di esprimere la loro personalità, sottraendo lavoro, mezzi di sostentamento e contatti sociali.

Nel processo evolutivo degli eventi, gli storici hanno iniziato anche a porre le debite differenze tra i periodi prima e dopo l’8 settembre 1943, per mostrare ciò che il fascismo ha fatto in autonomia e quello che ha svolto in stretta collaborazione con il nazismo, analizzandone sia le differenze sia gli elementi di continuità.

e Liliana Picciotto

Liliana Picciotto

Infatti è il caso di sottolineare che se nel periodo della RSI si è potuta attuare la persecuzione e la deportazione ciò fu permesso dalla predisposizione italiana originatasi dopo il 1938 e dalla piena collaborazione delle autorità italiane.

Esse, già fautrici della classificazione, dell’individuazione e di una persecuzione autonoma, misero così incondizioni ottimali le autorità tedesche, che da sole avrebbero concluso ben poco. Vi fu dunque un parallelismo tra antisemitismo italiano e quello tedesco, che trovò la sua coincidenza nel 1943.

Anche Liliana Picciotto, nelle varie edizioni de Il libro della Memoria, mette inluce la corresponsabilità italiana del ministero dell’Interno e dei tanti questori «Caruso» che pensando direttamente alle ricerche domiciliari, agli arresti e all’internamento nei campi di transito, permettevano ai tedeschi di occuparsi solo della fase finale della deportazione nei campi di sterminio

(2. Fine)

 

 

 

 

 

 

 

 

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