Il bluff della mano tesa

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«Una mano tesa». Così il ministro degli esteri francese, Jean-Marc Ayrault, ha definito l’esito della conferenza di pace voluta dalla Francia e tenutasi a Parigi, alla presenza delle delegazioni di oltre settanta Paesi. In base a quanto emerge dal comunicato finale, ne esce rafforzata l’ipotesi della soluzione dei due Stati, che prevede la costituzione di uno stato autonomo di Palestina accanto a quello israeliano. Tuttavia, non sono mancate le tensioni, non solo per le critiche avanzate da entrambe le parti (israeliani e palestinesi, le cui delegazioni non erano presenti), ma anche per le recenti dichiarazioni del presidente eletto statunitense, Donald Trump, sulla volontà di spostare la sede dell’ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme.

Secondo quanto si è appreso da fonti presenti nelle fasi del negoziato, Ayrault ha attuato una strategia diplomatica molto serrata, cercando di evitare rotture e scontri. Sulla possibilità di un trasferimento della sede dell’ambasciata statunitense, Ayrault ha detto che «sarebbe una decisione molto gravida di conseguenze», aggiungendo poi che «se ci fosse una decisione del genere si tratterebbe di una provocazione». Ayrault ha parlato di una dichiarazione «che viene incontro» ai due governi, quello israeliano di Benjamin Netanyahu — che aveva accusato la conferenza di rappresentare «un passo indietro» nei negoziati — e quello del presidente palestinese Mahmoud Abbas, che era invece più che disponibile a partecipare all’assise ma che, per non irritare ulteriormente l’altra parte, si è fatto in modo che non fosse presente nei locali del centro conferenze del Quai d’Orsay, bensì in un altro edificio.

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Settantacinque Paesi hanno partecipato alla Conferenza della pace di  Parigi

La dichiarazione finale indica con chiarezza che non verranno riconosciute azioni unilaterali intraprese da Israele o dallo Stato di Palestina, in particolare per quanto riguarda le frontiere, lo status di Gerusalemme e la situazione dei rifugiati. Il documento ribadisce inoltre che la soluzione al conflitto deve fondarsi sulle frontiere del 1967 e sulle principali risoluzioni delle Nazioni Unite sull’argomento. In particolare, si sottolinea la necessità che Israele si ritiri dai territori occupati dopo la guerra dei Sei giorni del 1967.

 

«Se ci siamo riuniti così numerosi — ha dichiarato Ayrault nel messaggio di apertura della conferenza — è perché abbiamo coscienza dell’urgenza di risolvere la situazione. Abbiamo altresì coscienza della necessità di mobilitarci collettivamente per ridare al processo di pace uno slancio indispensabile». E’ infatti «indispensabile risolvere questo conflitto. Venticinque anni dopo la conferenza di Madrid, questo cammino deve ancora essere intrapreso». La Francia — ha aggiunto — «è impegnata da oltre un anno nel tentativo di sbloccare l’impasse».

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Il tema degli insediamenti ebraici in Cisgiordania è stato uno dei punti critici su cui le delegazioni si sono concentrate. La tensione, su questo tema, si è fatta molto elevata nelle ultime settimane dopo la risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condannava le decisioni del governo israeliano: per la prima volta gli Stati Uniti non hanno posto il veto, facendo passare il documento. E proprio ieri, nell’ultimo giorno della conferenza, in una telefonata diretta con il premier israeliano, il segretario di Stato americano, John Kerry, che tempo fa criticò duramente la politica israeliana, si sarebbe impegnato a far sì che da parte del Consiglio di sicurezza Onu non ci siano nuovi interventi contro Israele. Osteggiando poi, durante il summit, qualsiasi riferimento alla questione Gerusalemme nel documento.

(Osservatore Romano)

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