Il business delle chiavi
Il gadget che piace ai turisti

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Avete presenti quelle arcaiche che ostentano i vecchi palestinesi? Ma sì, quei “chiavoni” in ferro battuto, tutti uguali, persino stilizzate nell’architettura urbana di alcune centri del West Bank?

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Nella visione romantica propagandata dai loro possessori, sarebbero le chiavi di accesso alle abitazioni da cui gli arabi sarebbero fuggiti nel 1948, pressati in ciò dalle nazioni arabe confinanti il rinato stato di Israele, a cui dichiararono guerra un istante dopo la proclamazione del nuovo stato.

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Per loro sfortuna, non è andata come sperato: ancora piegati dalla fame e da lunghi e avventurosi viaggi, gli israeliani avrebbero difeso la loro terra dagli attacchi concentrici di questi nuovi nemici, vincendo la guerra (ma non la pace. Questo però è un altro discorso).
Così ai palestinesi è rimasta la soddisfazione di ostentare le loro antiche chiavi, a beneficio della visione di noi, inguaribili romanticoni d’Occidente: roba che, se fossero davvero chiavi in grado di aprire una porta, di quella abitazione dovrebbero essere immediatamente spossessati, per manifesta incapacità di difendere adeguatamente una proprietà; tanto sono improbabili quelle chiavi.

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Pallywood apre le porte del suo ramo manifatturiero. C’è una fabbrica dove sono prodotte le famose chiavi che simboleggiano il “diritto al ritorno” degli arabi. Non più di 30.000, secondo stime attendibili; diversi milioni, secondo le stime dell’UNRWA, che sulla questione basa la sua intera e costosa esistenza; nonché sui fabbri palestinesi che alacremente, tutti i giorni costruiscono “chiavi del ritorno”.

Perché nel magico mondo palestinese non ha alcuna importanza che sia vero. L’importante è che sia verosimile, agli occhi di un occidentale abituato a non porre mai domande scomode.

(Borghesino)

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