Il cappio al collo della pace

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di Giuseppe Crimaldi

Disse un giorno Benjamin Franklin: “La democrazia è due lupi e un agnello che votano su cosa mangiare a colazione. La libertà un agnello bene armato che contesta il voto”. Certe frasi andrebbero scolpite prima nel marmo e poi fatte recitare – a mò di preghiera -almeno due volte al giorno, al mattino e prima di andare a dormire, a chi ha poca dimestichezza con la civiltà.

A musician performs in Tahrir, or Liberation, Square in Cairo, Egypt, Tuesday, Feb. 1, 2011. Tens of thousands of people flooded into the heart of Cairo Tuesday, filling the city's main square as a call for a million protesters was answered by the largest demonstration in a week of unceasing demands for President Hosni Mubarak to leave after nearly 30 years in power. The slogan on the drum reads "Egyptian youths love their country". (AP Photo/Victoria Hazou)

Democrazia e libertà non sono un regalo e tantomeno una concessione. Non cadono dal cielo per virtù divina: si conquistano col sudore e purtroppo spesso anche con il sangue. Ci sono ancora troppi vuoti nella mappa mediorientale da questo punto di vista. Il concetto di democrazia sta ai palestinesi come un aquilone sul fondo del mare. Il Parlamento palestinese non viene rinnovato dalle elezioni legislative del 2006, che registrarono il successo di Hamas e aprirono una lunga stagione di scontri e violenze intestine. Abu Mazen, pur essendo il suo mandato scaduto il 15 gennaio 2009, è tuttora in carica, avendone prorogato unilateralmente la durata.

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Adesso per il popolo palestinese si profila un nuovo spettro. La notizia è passata sotto silenzio generale: Fatah e Hamas hanno deciso di “fare la pace”. L’annuncio è arrivato, guarda caso, da Mosca: mercoledì 17 gennaio, le due principali organizzazioni palestinesi, Hamas e Al-Fatah hanno stipulato un accordo per la creazione di un governo di unità nazionale. Ammesso che sia così (e in passato abbiamo già assistito ai flop di promesse poi mai mantenute tra le parti), c’è poco da festeggiare a Gaza come a Ramallah. Anche perché tra le pieghe di quell’accordo è spuntata l’inclusione di un terzo movimento ammesso al tavolo delle trattative: il movimento “Jihad Islamica”,per il quale si profila la possibilità di un ruolo attivo nell’operazione in atto. Fondata negli anni ’70 nella Striscia di Gaza da Fathi Shaqaqi, l’organizzazione, per lungo tempo tenuta a distanza dai colloqui tra le realtà palestinesi, è stata inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche da Stati Uniti e Unione Europea, in seguito ai numerosi attacchi effettuati in Israele e rivendicati dalla sua ala armata, le Brigate al-Quds. Dunque, di male in peggio.
Quale processo di pace sia percorribile con codesti interlocutori è facile intuire. E come si possa mai chiedere a Israele di accettare qualunque precondizione di trattativa a queste condizioni è la domanda che la comunità internazionale dovrebbe cominciare a porsi. Lo dice bene il professore Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali: “Non possiamo parlare di ANP e Hamas, o di accordi tra diverse fazioni palestinesi, senza parlare di Israele. Il contesto in questo caso è tutto. Ciascuna realtà palestinese gode del supporto popolare, solo nella misura in cui è in grado di ottenere qualcosa da Israele, e questo è un elemento decisivo”.
Con un presidente “scaduto” ed autoprorogatosi per la bellezza di otto anni e un “governo” che al primo punto del proprio statuto ha la “distruzione dello Stato d’Israele” non si fanno accordi. Figuriamoci la pace.

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Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi

Giuseppe Crimaldi, giornalista