Il clan antisemita dei marsigliesi
Nelle scuole pubbliche
a maggioranza musulmana
gli ebrei non “possono” iscriversi

islam-scuola-francia-ansa

di Riccardo Ghezzi –

A cosa può assistere un preside di Liceo a Marsiglia, la seconda città di Francia per importanza e numero di abitanti? Che esperienze può vivere in quindici anni di carriera trascorsi in tre istituti diversi? Episodi di bullismo, studenti con difficoltà di apprendimento, genitori troppo invadenti, professori che non riescono a tenere a bada una classe? Insomma, i normali problemi in cui un dirigente scolastico è destinato ad imbattersi?

Riccardo Ghezzi 2

Riccardo Ghezzi

Niente affatto. Bernard Ravet, preside di tre licei a Marsiglia, è rimasto talmente colpito e sconvolto dalle sue esperienze che ha deciso di mettere tutto nero su bianco e scrivere un libro destinato a far discutere. “Preside di liceo o imam della Repubblica?” (in francese: “Principal de collège or imam de la République?”), questo il titolo, è appena stato pubblicato in Francia.

bxxxxxxxxxxx

L’autore racconta di essere stato per 15 anni preside in tre scuole secondarie statali di Marsiglia, conosciute per essere piuttosto problematiche. In quelle scuole la stragrande maggioranza degli studenti è di religione musulmana, arrivando persino a sfiorare la percentuale del 95% del totale. E il pericolo di radicalizzazione e di estremismo tra gli alunni di quelle scuole è un’amara realtà.

Bernard Ravet

Bernard Ravet

Lo stesso Ravet ammette: «Per timore di stigmatizzare gli istituti che dirigevo, sono rimasto in silenzio per 15 anni». Cioè per tutto il tempo in cui è stato preside.

Nel 2015 però è andato in pensione e ora si sente libero di poter raccontare tutto: «è ora di finirla con la legge del silenzio che pesa sull’impatto della religione in certe scuole. Il fanatismo bussa alla porte degli istituti e impone i suoi simboli e le sue leggi nello spazio scolastico, durante la ricreazione, in mensa, in piscina».

kippah.jpg--

Ma cosa è stato a sconvolgere particolarmente l’ex preside, tanto da convincerlo a rompere il silenzio e scrivere un libro? Alcuni aneddoti sono già stati anticipati dalla stampa francese. Su tutti, quello di una mamma ebrea francese che voleva iscrivere il proprio figlio al liceo Versailles di Marsiglia, dopo essere stata qualche anno in Israele. Racconta Ravet, all’epoca preside di quel Liceo: «Quando ho sentito parlare il ragazzo, con un evidente accento straniero, ho capito che i miei studenti avrebbero scoperto subito la sua provenienza straniera. Se avessero scoperto che veniva da Israele, l’avrebbero distrutto. Così, con imbarazzo, ho chiesto alla mamma di non iscriverlo alla scuola statale, ma ebraica».

Lione 3 ragazzi ebrei aggrediti a sprangate

A scuola a Lione tre studenti ebrei aggrediti a sprangate

Un ebreo costretto a iscriversi ad una scuola ebraica e non a un Liceo di Marsiglia. Un suggerimento dato a malincuore «ma non avrei potuto garantire nulla sulla sua incolumità. Quando, solo pochi mesi prima di questo episodio, un giornalista era venuto a chiedere a scuola quali erano i rapporti tra i miei studenti musulmani e i loro compagni ebrei, loro hanno risposto: “Qui non ci sono ebrei e se ci fossero, sarebbero obbligati a nascondersi”».

In un Liceo francese a maggioranza musulmana gli ebrei non si possono iscrivere e se lo facessero sarebbero obbligati a nascondersi, a detta degli stessi studenti che non hanno alcun problema ad ammetterlo di fronte a giornalisti.

images

Ma sono tanti altri gli episodi raccontati da Ravet, oltre alle minacce agli ebrei: ragazze che indossano il velo nonostante il divieto, insegnanti impossibilitati a parlare di Shoah o darwinismo a causa delle violente proteste dei genitori, professoresse insultate all’uscita della scuola perché indossano la gonna, docenti di francese che si sentono ripetere dagli studenti che quella «è una lingua straniera, la lingua dei miscredenti». Senza dimenticare gli elogi nei confronti dell’Isis e della sharia.
Ravet ha denunciato tutto alle autorità competenti, rifiutando però finora di parlare in pubblico e ai giornali per non essere «accusato di islamofobia e per proteggere quelle famiglie normali che non potevano permettersi altre scuole». Un silenzio rotto da un libro.

(L’Informale)

 

Condividi