Il cuore e l’anima, Golda Meir

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“La pace arriverà quando gli arabi ameranno più i loro bambini di quanto odino noi”. Il segreto è tutto qui. Questa frase è lo scrigno che racchiude una verità che, per quanto amata e inesplorata, spiega meglio di ogni trattato ciò che potrebbe essere e invece non è. La pace, per costruirla, ha bisogno di un interlocutore.

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Golda Meir

L’otto dicembre del 1978 se ne andava Golda Meir. Nata in Ucraina nel 1898, Golda Gabovitch “Meir”, figura preminente del movimento sionista, fu la prima donna a guidare il governo dello Stato di Israele, e la terza a ricoprire un simile incarico a livello internazionale (preceduta solo dalla cingalese Sirimavo Bandaranaike e da Indira Gandhi).

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Golda Meir e Yasser Arafat

 

Golda si divertiva con i suoi visitatori a mostrare la sua carta di identità palestinese concessale dal mandato britannico, e a chiedere ad Arafat di fare altrettanto. Non era solo una provocazione: la Meir sapeva bene che Arafat – arabo nato in Egitto – si sentiva la bandiera della causa palestinese pur non essendo nato in Palestina…

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Golda Meir

E dire che lei conosceva bene la parola “persecuzione”: ancora bambina fu testimone dell’antisemitismo palese e strisciante che investiva un giorno sì e l’altro pure la vita della comunità ebraica russa. I pogrom, Golda, li visse sulla propria pelle. Quel periodo lascia un segno indelebile nella formazione della donna e della statista, influenzandone le scelte personali e politiche.

Il resto è storia nota. Ministro del Lavoro, poi degli Esteri, fino ad arrivare a primo ministro. Lei, una donna minuta e fragile. Lei, quella che si assunse decisioni che metterebbero i brividi a qualunque uomo di ferro: a cominciare dalla gestione della crisi petrolifera successiva alla guerra del Kippur, i contrasti militari con Egitto e Siria e – soprattutto – il massacro di Monaco ai Giochi Olimpici del 1972, quando un commando di terroristi palestinesi sequestrò e uccise undici tra atleti e allenatori israeliani.

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Per quell’orrendo crimine Golda ordinò al Mossad di dare la caccia ai componenti del commando palestinese, di stanarli uno a uno. La scena del film Munich di Steven Spielberg che ricostruisce quell’ordine è un doppio concentrato di tensione drammatica.

“Un ebreo non può permettersi di essere pessimista”: e in quest’altra celebre frase di Golda Meir c’è sicuramente il suo testamento morale. A trentott’anni dalla sua scomparsa queste parole sono il cuore e l’anima di Israele.

 

 

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