Il cuore ebreo di Bukhara

I

di Laura Leonelli –

Leggi le cronache dei viaggiatori e immagini il labirinto di stradine, sempre più piccole, sempre più oscure anche in una mattina di cielo terso, e immagini di perderti perché è così che si raggiunge la meta, finché per caso arrivi davanti a una porta bianca, chiusa naturalmente, e ti guardi smarrita alla ricerca di qualcuno, bambino o bambina, hai letto anche di loro, che ti permetta di entrare in quel tempio di fede e resistenza. Invece basterebbe partire dalla piazza principale, la storica Lyabi-Hauz, e alla splendida sinagoga di Bukhara e ai suoi quattrocento annidi storia si arriva in un attimo, senza fatica.

Laura Leonelli

Di questa vicinanza al centro culturale, politico e religioso, visto che intorno alla stessa piazza si aprono due madrase meravigliose, ne parla con impagabile tranquillità Abram Ishakov, settant’anni, giornalista da quando ne aveva trenta e dal 2018 capo della comunità ebraica di Bukhara, in Uzbekistan, una delle più antiche al mondo, discendente da due delle tribù perdute di Israele, Neftali e Issachar, fuggite alla distruzione di Gerusalemme nell’VIII secolo a.C.

Abram Ishakov

Duemila e ottocento anni di storia e mai una volta che sia comparsa la parola ghetto, neppure ai tempi del comunismo. «Il nostro è il quartiere ebraico», dichiara il rabbino. Quando si aprono le famose porte, incorniciate da greche di mattoni al vivo e quasi ripensi allo straordinario Mausoleo di Ismail Samani a pochi minuti da lì,

Mausoleo di Ismail Samani

appare un cortile su cui si affacciano la sinagoga invernale, sulla destra, e quella estiva sul lato opposto, e la prima persona che Ishakov presenta è il custode, musulmano, come il collega che si prende cura dell’antichissimo cimitero ebraico, questo sì non facile da raggiungere. Sulle pareti all’ingresso del tempio appaiono le fotografie dei visitatori celebri, e accanto a uno straripante Gérard Depardieu sorridono Hillary Clinton, Christine Lagarde, Madeleine Albright.

Leggenda vuole, e di questo aveva scritto in un articolo l’allora giornalista Ishakov, che Albright, ai tempi Segretario di Stato degli Stati Uniti, durante l’incontro a Sharm et Sheik nel 2000 avesse invitato Ehud Barak e Yasser Arafat «a imparare a vivere insieme come fanno gli ebrei e i musulmani di Bukhara». Fosse stato un memorialista del XVII secolo, Abram avrebbe raccontato di una comunità di quasi 25mila ebrei e delle sessanta sinagoghe che benedivano ogni parte della città.

Qualche secolo dopo avrebbe scritto dei discendenti di quegli stessi ebrei che dominavano i banchi del bazar, possedevano il segreto per tingere la seta e alla testa di infinite carovane di cammelli attraversavano l’Afghanistan, superavano il Pamir e raggiungevano la Cina.

Ehud Barak e Yasser Arafat

Le persecuzioni coincidono con il lungo potere degli emiri, quando agli ebrei non è permesso neppure andare a cavallo e camminare all’ombra. A metà dell’ottocento arrivano i russi, gli ebrei riprendono a vivere, quindi è la volta dei comunisti e a questo punto Abram Ishakov parla in prima persona: «Il periodo più brutto della nostra storia è stato sotto l’Unione Sovietica. Nessuno, tranne i vecchi, poteva andare in sinagoga, e mi ricordo che mia madre si svegliava alle due di notte per andare di nascosto a comprare carne kosher. Ti scoprivano, finivi in prigione».

E questo spiega perché a partire dagli anni 7o, quando la pressione si alleggerisce, inizia l’esodo verso Israele e gli Stati Uniti. «I miei genitori sono partiti nel 1979, io invece non sono mai potuto andare a trovarli. Qualche tempo prima la sorella di mio padre, che aveva raggiunto Tel Aviv alla fine della Seconda guerra mondiale, era riuscita a mandarci qualcosa: una maglietta e un paio di occhiali da sole.

Come tutta la posta dall’estero, anche quel pacco era stato controllato, un ufficiale del Kgb si era presentato a casa nostra e ci aveva obbligato a rispedire al mittente quel semplice regalo, e scrivete ai vostri amici capitalisti imperialisti che qui non abbiamo bisogno di niente».

Cinquant’anni dopo, oggi, gli ebrei di Bukhara sono poche centinaia, un nulla se paragonati ai 50mila abitanti della Bukharlem newyorkese, nel Queens, o ai 100mila che vivono in Israele. Ma se l’indipendenza dell’Uzbekistan non ha scatenato la violenza contro le minoranze come ci si aspettava – e di questo Ishakov ringrazia apertamente Islom Karimov, che nei suoi venticinque anni di dittatura «ci ha trattato bene» – paradossalmente la minaccia è diventata interna, ed è da un lato la perdita di memoria e dall’altro la presenza askenazita sempre più consistente. E intollerante.

«La nostra storia inizia con la nostra Torah, che nel 1200 è partita da Babilonia, è passata dall’Iraq all’Iran, all’Afghanistan, ed è arrivata qui», prosegue Ishakov. Nel 1793 da Safed, nell’Alta Galilea, era giunto nella stessa sinagoga e aveva letto quegli stessi rotoli in pelle di daino il rabbino Joseph Mamam al-Maghribi, spinto dai suoi concittadini a cercare aiuto in tempi di carestia.

Ma dopo aver viaggiato in Siria, in Turchia, in Persia, qualcuno lo aveva convinto a visitare gli ebrei di Bukhara, così isolati da aver dimenticato i fondamenti del culto. Accompagnato dal mullah in veste di interprete, al Maghribi, nel nome la nascita a Tetouan, accetta l’invito, rimane a Bukhara trent’anni, apre diverse scuole e grazie a lui la comunità rinasce nel segno della tradizione sefardita. «In qualche modo sono ripartito da questa figura straordinaria – riprende Abraham – perché oggi il problema non è l’isolamento, mala dispersione e ogni giorno sulla mia pagina Facebook pubblico le preghiere e i canti tradizionali nella nostra lingua, che è un misto di persiano, ebraico, con un po’ di russo e uzbeko».

Islom-Karimov

I lettori più assidui sono gli americani, e Ishakov s’indirizza a loro con enfasi perché più di tutto teme il movimento ortodosso di Chabat-Lubavitch, che ha il suo quartier generale a Brooklyn e che cerca proseliti in Asia Centrale.

«Non è così che vediamo le cose da noi, non è questo lo spirito che anima la nostra scuola, aperta a tutti, quattrocento allievi ebrei e musulmani che studiano insieme. La rigidità, la chiusura, l’intolleranza le ho viste, le ho sofferte, e non voglio vedere un ebreo che le impone agli altri». Forse per questo quando il rabbino della sinagoga di Bukhara riceve una lettera da sua figlia che vive in Australia, da suo fratello che si è trasferito a Tel Aviv, o da altri parenti in America, risponde che no, grazie, non vuole partire. «Lontano da qui, dice, sarei un Abram come milioni di altri». A Bukhara la situazione è interessante. E se lo dice un ex giornalista c’è da credergli.

(Sole 24 Ore)

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