Il diario di un calvario
dall’Italia ferita a morte

Gerusalemme

di Dror Eydar –

Quando esattamente si è interrotta la routine della nostra vita? Non lo ricordo. Ho perso il senso del tempo. Non è una metafora, è proprio così che mi sento. Gli eventi della scorsa settimana sembrano di un anno fa, e il mese scorso sembra un’altra vita. Lavoriamo di giorno in giorno, e ogni sera ci porta una nuova realtà. Ho iniziato il mio servizio diplomatico come ambasciatore d’Israele in Italia con cuore aperto e molta curiosità, confidando nel Signore. Indipendentemente da quello che poteva succedere, avrei fatto del mio meglio per il nostro popolo e il nostro paese. Ma una pandemia come questa, che sta sconvolgendo l’ordine mondiale e causando la morte di decine di migliaia di persone, molte delle quali nel paese in cui mi trovo ora, non mi aveva nemmeno sfiorato la mente.

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Dror Eydar

La sera del 30 gennaio tornavo da due giorni a Torino pieni di impegni. Vi avevo incontrato leader locali, aziende, esponenti di comunità ebraiche. Avevo anche parlato alla riunione inaugurale di una nuova organizzazione chiamata “Avvocati per Israele”. Il giorno successivo, 31 gennaio, venivano identificati i primi due casi da coronavirus in Italia: due cinesi con un’infezione importante.

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“La Spezia Porta di Sion”

Dal 9 all’11 febbraio ho visitato la Liguria: la città portuale di Genova, la provincia di Savona e la città di Sanremo, dove il 25 aprile 1920 nacque lo stato d’Israele. Fu lì infatti che le potenze mondiali vittoriose nella prima guerra mondiale suddivisero per la prima volta il territorio che era appartenuto all’Impero Ottomano.

I popoli arabi ne ricevettero la maggior parte, a noi venne assegnata quella che allora era chiamata Palestina. La Gran Bretagna ricevette dalla Società delle Nazioni il mandato di applicare la Dichiarazione Balfour (favorire la creazione di una sede nazionale ebraica, ndr) nella Terra d’Israele, a est e a ovest del fiume Giordano. Successivamente il Mandato Britannico divise quella terra e ne assegnò alla casata Hashemita la parte orientale (oggi Giordania, ndr).

Avevamo programmato un grande evento, con molti partecipanti, per celebrare i cento anni dalla Conferenza di Sanremo e sottolinearne l’importanza storica. Tornammo soddisfatti. Durante il volo di ritorno per Roma vedemmo qualcuno che indossava mascherine. All’aeroporto, degli assistenti di volo ci accolsero prendendo a tutti la temperatura. Niente che ci potesse impensierire.

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L’abbraccio di Beit Shean all’Italia

15 marzo: le mura della Città Vecchia di Gerusalemme illuminate con i colori della bandiera italiana in segno di solidarietà con il popolo italiano colpito dall’epidemia covid-19. I mass-media israeliani hanno seguito sin dall’inizio con attenzione e con grande partecipazione lo sviluppo dell’epidemia in Italia (clicca per ingrandire)

Il 19 febbraio si giocava allo stadio San Siro di Milano la partita per la European Champions League fra l’Atalanta di Bergamo e lo spagnolo Valencia. C’erano 44.000 tifosi sugli spalti, 40.000 dei quali da Bergamo: quasi un terzo degli abitanti della città. Più tardi, quella partita sarebbe diventata famosa come la “bomba biologica”. Agghiacciante.

Tel Aviv, domenica sera

Tel Aviv tricolore

Pochi giorni dopo, iniziarono ad apparire in Italia decine di casi da coronavirus. Il 23 febbraio venne annunciato il blocco per 11 città del nord del paese, dichiarate zone rosse, mentre i distretti circostanti venivano definiti zone gialle. Quello stesso giorno, su un volo El Al dall’Italia atterrato in Israele, a uno dei passeggeri veniva diagnosticata l’infezione da coronavirus. Il giorno successivo il numero di casi in Italia era ancora solo di 221. Vennero emanate restrizioni sulle riunioni pubbliche e vennero chiuse le istituzioni culturali. Il 27 febbraio, Israele annunciava che a chiunque arrivasse dall’Italia sarebbe stato richiesto di trascorrere due settimane in isolamento, cosa che innescò una piccola crisi tra i due paesi. Gli italiani si sentirono offesi. Cercai di mediare e calmare la situazione, e organizzai una telefonata urgente tra i due primi ministri, che ha funzionato.

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Quel primo blocco in Italia non risultò sufficiente. Il numero di malati e deceduti iniziò a schizzare verso l’alto. Circa due settimane dopo la partita di San Siro, l’entità del contagio a Bergamo iniziò a diventare evidente. Il 7 marzo il numero di malati in Italia superò i 5.000 e il primo ministro Giuseppe Conte dichiarò zone rosse la Lombardia, il cui capoluogo è Milano, e altre 14 province del nord. Sedici milioni di abitanti erano in varia misura sottoposti a misure di clausura.

Non bastò. A migliaia tornarono dal nord verso l’Italia centrale e meridionale suscitando il timore di un contagio di massa. Due giorni dopo, il 9 marzo, il numero di pazienti ammontava a 8.000 e tutta l’Italia venne dichiarata zona rossa, entrando in stato di emergenza. Le strade si svuotarono e la gente dovette munirsi di permesso per uscire di casa. Il numero di contagiati saliva a 120.000 e il numero dei morti si stava avvicinando a 15.000. Si contavano anche quasi 20.000 persone guarite dal coronavirus.

Questa è una battaglia globale e l’Italia ha subìto gran parte del fuoco. Il mio cuore è vicino a questa gente meravigliosa, che sopporta il dolore e che affronta la pandemia con grande dignità. Circolano proiezioni e modelli che sembrano indicare che forse il peggio è passato. Speriamo. Mentre continuo la mia intensa attività per entrambi i paesi, prego per la riuscita e per una piena guarigione per tutti.

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L’ambasciata d’Israele a Roma opera senza sosta sia per sostenere le relazioni italo-israeliane, sia per dare una mano alle comunità ebraiche italiane che pure contano i loro malati e i loro morti. Così come alle famiglie dei diplomatici e degli inviati israeliani in Italia, che devono mantenere una sorta di routine mentre lavorano così duramente. Le ambasciate israeliane sono l’avamposto d’Israele nel mondo. Soprattutto ora, sulla prima linea della guerra mondiale contro la pandemia.

A quanto pare, celebrerò da solo il seder (la cena della pasqua ebraica, ndr), lontano dai miei cari. Ma c’è speranza. I numeri in Italia mostrano che il tasso di contagio è rallentato. E alla fine di questa lunga notte insonne, Italia e Israele, insieme al resto dell’umanità, saranno di nuovo liberi.

(Israel HaYom)

 

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