Il difficile momento di Bibi

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di Giordano Stabile –

Per Netanyahu, l’anno vecchio si è chiuso con la risoluzione Onu, che ha condannato Israele per gli insediamenti nei territori occupati. Quello nuovo si è aperto con gli inquirenti in casa, a interrogarlo su doni sospetti da parte di ricchi uomini d’affari. Un destro-sinistro che ha scosso il primo ministro come mai dal 2009, quando tornò al potere anche cavalcando lo scandalo delle mazzette intascate dal predecessore Ehud Olmert.

Una possibile nemesi che si aggiunge alla sempre più intricata questione palestinese. Se la Terza Intifada a colpi di coltello non ha messo in discussione più di tanto la sicurezza dello Stato ebraico, l’esercito si trova nella situazione imbarazzante di dover affrontare con una forza sproporzionata gli assalti di terroristi spesso ragazzini, armati in maniera primitiva. E cosi, agli scandali e agli sgambetti del presidente americano Obama, che al Consiglio di sicurezza dell’Onu si è rifiutato di usare il potere di veto per far scudo all’alleato, si è aggiunto il caso del processo al soldato Elor Azaria. Condannato per aver finito con un colpo di fucile alla testa un palestinese inerme, a terra, ferito dopo che aveva accoltellato un militare.

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Giordano Stabile

Il processo è diventato caso politico, ha spaccato Israele fra destra e sinistra. Massicce manifestazioni popolari si sono svolte in tutte le città, per chiedere l’assoluzione di Azaria, rischia fino a 20 anni di carcere. Gli ultra della destra hanno lanciato minacce di morte alla giudice Maya Heller. La sentenza definitiva, con la durata della pena, sarà emessa fra un mese, le pressioni sono fortissime sul presidente Reuven Rivlin, perché conceda la grazia. Netanyahu ha appoggiato questa richiesta. Ma i laburisti vedono nel gesto di Azaria la spia di un degrado morale dell’esercito israeliano, Tzahal, il pilastro insostituibile del Paese.

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La mossa del premier, anche se gode di ampi consensi, presenta i suoi rischi. Un’assoluzione «popolare» del sergente ventenne, che il 24 marzo 2016 a Hebron uccise il palestinese Abdel Fatah Sharif, può diventare secondo molti analisti una breccia pericolosa nello Stato di diritto. In ogni caso, l’acceso scontro sulla sorte di Azaria non ha offuscatogli altri guai di Bíbi.

 

A Parigi, sta per cominciare la Conferenza di pace, voluta dal presidente francese Hollande, con l’appoggio egiziano e saudita. La volontà è di rilanciare il «piano saudita» del 2002, per arrivare alla soluzione di «due popoli, due Stati». Anche la risoluzione Onu va in quella direzione. II governo israeliano sta cercando di sminuire l’evento e punta invece alla ripresa dei colloqui bilaterali con i palestinesi. Fra due settimane, Netanyahu avrà il forte appoggio del nuovo presidente americano Trump, scettico sulla soluzione dei «due Stati» e pronto a spostare l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, atto simbolico per riconoscerla come vera capitale di Israele. Per Netanyahu, si tratta di resistere qualche mese, finché la nuova amministrazione avrà preso le redini della politica mediorientale. Ce la farà?

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Nella notte del 5 gennaio, il premier ha dovuto affrontare un nuovo interrogatorio di cinque ore. Gli inquirenti parlano di un ulteriore «affare sospetto»: doni, sigari per lui e champagne per la moglie Sarah, in cambio di decisioni politiche favorevole Il 2017 porta in dono a Bibi la possibilità di un asse formidabile con la Casa Bianca Ma anche il possibile baratro di una fine ingloriosa, alla Olmert. C’è da scommettere che si giocherà il tutto per tutto, com’è il suo stile.

(La Stampa)

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