Il diritto ingiusto
Le leggi razziali e gli avvocati ebrei

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di Francesco Rigatelli –

Il silenzio del mondo tanto descritto dalla senatrice a vita Liliana Segre è stato spezzato in un’aula magna strapiena e accaldata del Palazzo di Giustizia di Milano. Alla presenza della superstite della Shoah una serie di principi del foro e di alti magistrati hanno affrontato il tema della discriminazione degli avvocati ebrei.
Ricorda Vinicio Nardo, presidente dei legali milanesi, che una ricerca appena conclusa nell’archivio dell’ordine dimostra che «nel 1938 gli albi professionali vennero rivisti senza gli ebrei prima ancora delle leggi razziali».

Vinicio Nardo

Vinicio Nardo

E il suo predecessore, Remo Danovi, oltre ad aggiungere che «nel 1939 vennero esclusi pure i notai ebrei, senza contare altre categorie come i giornalisti», evidenzia il clima che permise al diritto di diventare ingiusto: «Fior di riviste giuridiche, dalla Tribuna forense al Tribunale d’Italia, si espressero a favore e bisogna attendere il 1946 perché il Foro padano rompa il silenzio».

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Furono 106 gli avvocati cancellati dall’albo di Milano e a loro memoria ieri è stata posta una targa a Palazzo di giustizia, durante un pomeriggio di memoria attiva, che ha fatto riflettere le centinaia di giovani professionisti presenti sul fallimento della giustizia di allora, non senza un riflesso sul presente.
Oltre agli interventi del presidente della Corte d’appello Marina Tavassi, del presidente del Tribunale Roberto Bichi e del professor Giorgio Sacerdoti, il discorso più sentito è quello di Giovanni Canzio, già presidente della Cassazione.

Remo Danovi

Remo Danovi

È lui a dare un significato alla memoria come analisi anche dolorosa sulla propria categoria e sull’identità di una nazione: «Il presidente del Tribunale della razza Gaetano Azzariti divenne presidente della Corte costituzionale e un componente di quella commissione, Antonio Manca, procuratore generale della Cassazione e anch’egli giudice costituzionale». Ma l’elenco dei giuristi coinvolti è lungo e, ammette Canzio, terribile da ricordare per chi ha studiato sui loro libri.

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Liliana Segre

La sala si fa ancora più attenta per Liliana Segre, ormai nonna d’Italia: «Mio nonno Alfredo Foligno venne espulso dall’ordine e di recente, per i cento anni dalla nascita di Tullia Zevi, ricordavo quanto ci sembrasse assurdo da ebrei italiani dover pensare di fuggire negli Stati Uniti, ma era impossibile immaginare l’orrore che ci aspettava. Orrore che quando i testimoni scompaiono, la storia si dimentica e viene manipolata, l’odio riaffiora, può sempre ripetersi. Non lasciamo fare dunque a chi dice “ci penso io al bene dell’Italia” perché quando ci si pente di essere rimasti in silenzio è troppo tardi».

 (Stampa)

 

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