Il film della settimana: Viviane

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In Israele il tribunale rabbinico è la sola autorità giudiziaria competente in tema di divorzio ma non può costringere un uomo a divorziare dalla moglie che ne fa richiesta.

Affinché il divorzio possa definirsi completo, occorre infatti il consenso totale e assoluto del marito, a cui il destino della moglie è indissolubilmente legato. Viviane chiede il divorzio da tre anni ma il marito Elihayu ha sempre rifiutato di andare alle convocazioni del tribunale.

Quando poi decide di andare, rifiuta la richiesta di Viviane e le impedisce di iniziare una nuova vita. Secondo la legge ebraica, il tribunale e l’avvocato di Viviene devono presentare un motivo valido affinché il marito accetti il divorzio. Il processo, estenuante e assurdo, crea uno spettacolo quasi kafkiano, in cui l’imputato è il solo ad avere il verdetto nelle sue mani.

viviane3Shlomi e Ronit Elkabetz, quest’ultima anche attrice nei panni della protagonista, giocano con l’assurdità della situazione, tra il diritto alla felicità della donna e l’ottusità del marito che nega il divorzio. Insistono quindi sull’esasperazione dei personaggi, sulla rigidità dell’ortodossia, sulla ripetizione delle sedute, ed elaborano uno stile che trasmette l’idea di trappola e di immobilità, tra il Kammerspiel e il cinema muto, Brecht e Dreyer, primi piani, totali e particolari su mani e piedi.

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