Il futuro d’Israele
e le incertezze globali

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di Yossi Shain*

Pur nella sua confusione apparente, il quadro della situazione geopolitica internazionale si presenta quanto mai lucido e chiaro.

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Partiamo da quello che sta succedendo in questi giorni in Israele. A Haifa un terzo della popolazione residente è stata costretta ad abbandonare le proprie abitazioni ed è stata fatta evacuare a causa dei roghi appiccati dolosamente. Attenzione: a causare lo sfollamento non è stato un allarme atomico, ma benzina e fiammiferi. Parto da questa considerazione per sviluppare un primo concetto: quello legato alla estrema vulnerabilità dei confini, non soltanto quelli dello Stato d’Israele, no.

Oggi il rischio di tale vulnerabilità investe infatti tutto il mondo. Gli ebrei sono un popolo che ha ben chiaro il dovere di autogovernarsi, perché senza l’esercizio pieno della nostra sovranità saremmo in serio pericolo.

Israele è una nazione che continua a crescere. Abbiamo il più alto tasso demografico del mondo, sia in termini di natalità che di crescita; ecco perché il progetto sionista iniziato circa cent’anni fa si trova oggi a dover affrontare una grande sfida. Il dilemma è questo: come si fa a creare in queste condizioni uno Stato più grande? Quesito reso ancor più difficile da affrontare, dal momento che noi israeliani oscilliamo costantemente come un pendolo tra due opposti poli, il senso del trionfo e quello della vulnerabilità.

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Eppure per creare e consolidare una società che voglia dirsi civile a pieno titolo mai come in questo momento c’è bisogno di stabilità. E allora guardiamoci intorno: il Libano è un’entità inesistente, Gaza non esiste, non sappiamo fino a quando la Giordania resterà una nazione; la Siria è collassata, altrettanto ha fatto l’Iraq. Al momento, in Medio Oriente, non c’è insomma alcuna stabilità regionale. Siamo allora costretti a fare i conti con una instabilità generalizzata.

Le nostre fonti di instabilità derivano da un groviglio di problematiche. Noi israeliani ancora non conosciamo i nostri confini “definitivi”. Dovremo convivere con uno Stato, oppure con due Stati? E ancora: procediamo verso la modernità o piuttosto saremo zavorrati dalle spinte della ultra-ortodossia? Quali saranno le future relazioni con la Giordania?

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Netanyahu e Trump

A ben guardare, non sappiamo bene neanche cosa vogliamo fare con i palestinesi. C’è chi dice: “Teniamoci tutti i territori”; altri – invece – sostengono sia giusto dargliene una parte. Lo stesso Netanyahu sembra saper bene cosa vuole fare su questi argomenti.

Questa “strategia dell’incertezza” è molto più diffusa di quanto possa apparire, se allargiamo l’orizzonte e guardiamo oltreoceano, all’America di Donald Trump. Nemmeno Trump sa cosa fare. E’ vero, questi dilemmi sono figli legittimi di un passato recente. Solo una quindicina d’anni fa erano in tanti a immaginare un futuro affidato alla globalizzazione, a un mondo svincolato dalle frontiere. Poi però è arrivato l’11 settembre, e il quadro è improvvisamente cambiato.

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Vladimir Vladimirovič Putin

Abbiamo parlato di Trump. Chiaramente la sua sarà una presidenza diversa da quella di Obama. Secondo me Obama – che pure è persona molto intelligente – ha fallito in politica estera perché non si  reso conto né ha saputo utilizzare il peso e l’influenza degli Stati Uniti non solo in chiave internazionale, ma talvolta anche in chiave militare. Francamente non riesco nemmeno a immaginare quali saranno realmente i rapporti tra l’America di Trump e la Russia di Putin.

La verità è che sullo scenario mondiale c’è un terzo soggetto da prendere in considerazione: la Cina. Oggi Putin fa molto schiamazzo, mostra i muscoli, e mentre lui fa questo la Cina lavora in silenzio, come un fiume carsico. Non a caso Israele ha instaurato rapporti profondi con la Cina, oltre che con India, Egitto, e per ragioni ovviamente strategiche persino con Arabia Saudita e Qatar. Per la prima volta oggi Israele può contare con la Cina un volume di affari addirittura più alto di quello concluso con gli Stati Uniti. Le cose, in questo nuovo mondo, stanno cambiando molto velocemente.

 

*Docente di Scienze Politiche all’Università di tel Aviv e alla Georgetown University di Washington, è autore di otto libri, commentatore di programmi radiofonici e televisivi ed editorialista del quotidiano Yediot Ahronot. Il professor Shain ha aperto i lavori del XXVII Congresso della Federazione Italia Israele svoltosi a Roma il 26 novembre.

 

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